domenica, 28 giugno 2009

Può una macchina suscitare ansia, paura, sconforto, agitazione, insonnia? Ebbene sì, se si tratta del mio computer, il mio “splendido” computer.

Ieri sera ero intento a scrivere il mio romanzo, Prometeo. Ero nel bel mezzo di una descrizione (non del cammin di nostra vita), quando all’improvviso il computer si è spento. Ho bestemmiato (non riporto le espressioni scurrili, degne del peggior grezzo biscegliese). Mi sono messo le mani nei capelli. Ho avuto paura: il mio romanzo stava per essere perso! E non so se qualcuno possa capirmi, ma perdere ore e ore di lavoro, di intenso lavoro, di straniamento dovuto al concepimento narrativo – non è assolutamente bello, anzi. Il pensiero di dover riscrivere DACCAPO il romanzo mi metteva l’angoscia. Fortuna che avevo fatto un back-up sull’hard disc esterno (però questo salvataggio non era recentissimo).

Allora ho riacceso il computer. Mi chiedeva di fare lo scandisc. Okay, facciamogli fare ‘sto scandisc. Ma era di una lentezza mostruosa. Al 12% ho pensato: “È meglio controllare che il romanzo sia salvo”. Così accedo a Windows. Lento come una lumaca. Peggio. Il cursore, puntato sul menu di avvio, dava la clessidra. Brutto segno.

Entro in Word e apro il file. Ecco il messaggio agghiacciante: “Impossibile aprire il file. Il file potrebbe essere danneggiato.” Mi diceva di usare un programma per il ripristino dei file danneggiati. Provo a scaricare dal computer di mio padre la guida per riparare i file danneggiati di Word. Proviamo. Niente. Il file non si apre. Sono ormai nella disperazione più totale. Allora provo a fargli fare tutta l’analisi. Da mezzanotte e mezza fino all’una e mezza per completarla tutta. E apparivano messaggi terrificanti del tipo: “Impossibile riparare i cluster danneggiati in…” e c’era il percorso del file. E tra questi, anche il file che NON DOVEVA ESSERCI: il file del mio prezioso romanzo.

Il terrore però non era totale, ma solo parziale, perché il romanzo non sarebbe stato perso DEL TUTTO, ma solo parzialmente. Infatti, come ho detto prima, avevo fatto un salvataggio del file sull’hard disc. Eppure lì c’erano 112 pagine – e ne avevo scritte 160, quasi. Quasi 50 pagine al vento. Ma l’angoscia continuava.

Finisce la scansione. Riavvio Windows. Niente: la clessidra c’era sempre, quando puntavo sul menu di avvio. Apro il file del romanzo: non si apriva. Disperazione più totale. Vado su Internet dal computer di mio padre e scarico due programmi per ripristinare i file danneggiati di Word. Uno era WordFIX – e funzionava, ma era una versione demo. Ah, per non parlare del terrore quando provavo a copiare il file e NON RIUSCIVO NEMMENO A COPIARLO SUL PENNINO! Perciò ero nel panico più totale.

Dicevo, scarico WordFIX, ma la versione demo. Riesce ad aprire il romanzo, ma solo le prime pagine. Allora proviamo con un altro programma, Word Repair. MIRACOLO! Riesce a riaprire il file. Controllo: c’è tutto, ma parte è stata non cancellata, ma sostituita con messaggi di errore. Allora prego che quella parte fosse quella che avevo salvato sull’hard disc. Controllo (erano quasi le 3 di notte) e in effetti NON E’ STATO PERSO NULLA. La parte di testo danneggiata l’ho recuperata grazie al back up che avevo fatto sull’hard disc esterno. E la parte di testo nuova, quelle famose 50 pagine che non avevo salvato sull’hard disc esterno, erano state recuperate.

Grazie al Cielo. Però adesso la parte che ho recuperato va formattata di nuovo. Mancano le virgolette, le vocali accentate. Ma meglio di niente.

E finalmente, alle 3 di notte, dopo ore di panico totale, di terrore, mi sono messo a dormire.

Stamattina, alle 7,30, ero già sveglio.

Morale di tutto ciò. MAI fidarsi delle macchine. È meglio fare un salvataggio su un’unità esterna dei dati importanti. A me non fregava un bel niente se avessi perso video, immagini, film, altri documenti, mp3… no, mi importava solo QUEL file, il file del mio romanzo.

In alcuni momenti ho pensato che fosse maledetto, che quello fosse un segno che non l’avrei mai portato a termine. Fortuna che le mie paure non si sono concretizzate. È salvo.

Prometeo continuerà a vivere. Io l’ho creato e io lo farò crescere. Ieri sera, parte delle sue leggendarie imprese stava per essere cancellata. Puff! All’aria.

Una bella rogna.

E allora, che cosa pensare? Scrivere a mano? Non ci penso proprio. E per tanti motivi.

Primo: mi stanco.

Secondo: la mia scrittura fa decisamente schifo e talvolta, negli appunti universitari, io stesso non capisco ciò che ho scritto, tanto che cerchio le parole ignote e ci metto un punto interrogativo. Da qui il detto: “Chi non capisce la sua scrittura è asino di natura”. Già.

Soluzione alternativa: la macchina da scrivere. Certo, come no? Infatti non si può formattare il testo; se sbagli devi correggere a penna; hai bisogno di molta carta. Una comodità assoluta, nevvero?

Dunque adesso ho paura.

Ho paura del mio computer, che mi rifaccia lo stesso “scherzo” di ieri sera. Spero che non mi accada più. Ma adesso mi cautelerò molto di più e salverò            QUOTIDIANAMENTE il romanzo. In modo tale che se dovesse accadere di nuovo potrò stare tranquillo.

Tra l’altro questo è dipeso anche dal fatto che il mio notebook ha la batteria completamente andata. Non si accende nemmeno, se non è attaccato alla corrente. Deve essere stato uno sbalzo di tensione. Ad ogni modo, grande paura.

Ma Prometeo continuerà a vivere. Questo è l’importante.

Per chi scrive, perdere parte del proprio lavoro è come perdere un figlio. Può sembrare un paragone esagerato ma è così. Riscrivere un racconto, un romanzo, non è come riscrivere un post o un saggio o una e-mail.

Non è mai la stessa cosa.

NB: il post è stato scritto il 25/6/2009. Non ho potuto pubblicarlo quel giorno stesso perché ho dovuto formattare il computer: Internet non funzionava più.


Palestrione - 13:12 - Permalink - commenti (2) - commenti (2) (popup)

Categoria: deliri, personale, stronzate, il computer del terrore

Add your blog:
giovedì, 18 giugno 2009

Poeti del Neodecadentismo, devo scusarmi innanzitutto per la mia prolungata assenza da questo blog, ma sono stato molto impegnato. Ieri ho fatto finalmente l’esame di Linguistica Italiana (che schifo! Mi faceva altamente ribrezzo) e poi ho continuato a scrivere il mio romanzo (ormai ho superato le 130 pagine e ho finito il quarto capitolo), pertanto non ho potuto occuparmi dei Mediocri.

Eppure non dimentico la mia Missione: combattere i Mediocri, annichilirli, avvilirli, umiliarli, denigrarli, insultarli. È questo che meritano. E questo a loro io darò.

Mediocri. Credete che siano tra di noi? Avete ragione: sono tra di noi. Anche chi meno vi aspettate che sia Mediocre, invece lo è. Più che Mediocri, costoro io li definirei LAVATIVI, o meglio scansafatiche.

E quando parlo di lavativi, parlo di professori universitari. Ho già parlato male, in passato, di un professore universitario, che peraltro non è stato il mio professore, ma di cui ho dovuto studiare i suoi schifosissimi (poiché scritti male) libri. Ebbene, da quando ho incominciato a frequentare la specialistica, ne ho conosciuti, di questi lavativi.

Inizio dal Re dei Lavativi, alias il mio professore di Informatica – di cui ovviamente non dirò il nome; ma già intendevo sputtanarlo in tempi non sospetti.

Il ritratto: vecchio (over 60, probabilmente), di quei vecchietti che comunemente vedete nei circoli in cui si gioca a carte ventiquattro ore su ventiquattro. Un tipetto innocuo, in apparenza. Per me lo è stato, ma poi capirete il perché. Ebbene, costui è un lavativo.

La prima lezione di Informatica. Ore 14,30: arriva il professore di Informatica (la materia, per la precisione, si chiamava Elementi di Informatica) e incomincia a parlare.

“Che volete fare?”, “Come si chiama il vostro corso?” eccetera. Qualcuno propone di imparare a impostare la pagina di un giornale. “Eh, no”, dice il professore, “non ci sono i laboratori”. Non obietto: non ci sono per davvero. Questo è grave, per un’università. Ma dovete sapere che Bari = Africa, in sostanza. Tutti che pensiamo: “Oh, che bello! Informatica: si va in laboratorio”. Macché. Il programma – peraltro su cui il professore si ostina – prevede l’insegnamento di alcune regole nel linguaggio Pascal, al fine di costruire degli algoritmi. Il Pascal è un linguaggio di programmazione che non si usa più da anni. Oggi si usano linguaggi come l’HTML – per il web – o lo Java. Programmi utili. Che potrebbero essere utili. Ma il Pascal non serve proprio a niente. Peraltro i programmi che facevamo erano deficienti. Del tipo: dato un file di caratteri, dire quante volte troviamo la sequenza “BARI” e quante volte la sequenza “LECCE”. Troiate. Boiate, direi. Non solo nella strutturazione del programma, ma anche nell’utilità in sé. Sviluppare la logica? Mah! Io credo che non serva proprio a niente. E questo è dimostrato, perché chi oggi usa il Pascal per la programmazione?

Ok, ma al di là di questo, c’è il professore, che è poi il Re dei Lavativi. Costui, la seconda lezione, invece di spiegare ‘sto maledetto Pascal, si mette a parlare di boiate: a un certo punto, apre una digressione sui giornali – mentre sta spiegando -, si collega alle macchine da scrivere, e infine all’utilità del bianchetto. “Voi lo usate, il bianchetto?” ci chiede. E tutti quanti – un po’ assonnati, a dire il vero – a sentirlo e ad aspettare pazientemente che la smetta con le sue elucubrazioni. Qualcuno ha il coraggio di rispondere. Ma era ciò che il Lavativo andava trovando! E allora continua – in due – il dibattito sui bianchetti. Ma il professore faceva così ridere che le sue frasi le ho segnate sul quaderno. Tra l’altro, una volta, rileggendo quelle frasi, mi venne da ridere, e siccome ero seduto tra i primi banchi, il professore mi vide e allora mi chiese: “Perché sta ridendo?” – e io tutto imbarazzato, non potevo mica dire che era per le sue stronzate!

Ma adesso dico nel dettaglio di che cosa parlava il professore:

-          Battute sulla semiotica;

-          «Svegliamoci!»;

-          «Se fossi Caravaggio…»;

-          Come si suona la tromba? (e vai coi doppi sensi!);

-          «I faciloni (tecnici) non sono informatici»;

-          «Il vero senso dell’Informatica è questo»;

-          «Chi fa click click sarà bravo tecnico, ma l’informatico è ben altro»;

-          La differenza tra immaginazione e fantasia;

-          Battute sulla semiotica (parte II – ore 15,21);

-          «Tutti i segni costituiscono la vita»;

-          La differenza tra immaginazione e fantasia (parte II – ore 15,22);

-          Polia (ore 15,28);

-          «La mia calligrafia» (ore 15,30);

-          Gli allarmi delle macchine;

-          «Sta traducendo il suono in codice binario»;

-          «I dubbi vengono quando uno si pone una domanda» (molto lapalissiana, nevvero?);

-          «Bill Gate» (strano che un professore universitario di Informatica non sappia che si chiama Bill Gates e non Bill Gate);

-          «L’impaginazione del Corriere della Sera si fa con il Word»;

-          «Io ho rinunciato ai diritti d’autore quando ho pubblicato il mio libro, perciò compratelo!»;

-          «Non dovete dire che venite apposta a lezione. Che vuol dire apposta? Per fare shopping non venite apposta a Bari?»;

-      «Non venite a chiedermi: “Come avrei dovuto fare?”»;

-          «Perché faccio lezione in piedi» (ore 15,44);

-          «La poesia viola le regole della sintassi» (ore 16,01);

-          Il senso nascosto delle cose (ore 16,02);

-          «Leggetelo, questo libro!»

-          «Non faccio propaganda» (ore 16,10);

-          «È meglio non prendere appunti» (ore 16,14);

-          «“È chiaro” è una domanda stupida» (ore 16,20).

 

Tra le sue espressioni celebri:

-          click click;

-          il calcolatore (o compilatore), cioè il computer;

-          il gambale (il portatile);

-          Bill Gate;

-          Apposta;

 

E dopo aver perso due lezioni su tre nel nulla, chiacchierando da solo, perché tutti erano annoiati (poco più di venti persone: tanti siamo nel corso), finalmente il professore ha spiegato qualcosa del linguaggio Pascal, peraltro poche sciocchezzuole, comandi facili che non ho avuto alcuna difficoltà a memorizzare. E nemmeno a fare l’esame, perché avevo fatto esercizio, avevo seguito tutte le lezioni e poi perché già avevo avuto a che fare con la programmazione ai tempi della scuola superiore, in Informatica. Solo che usavamo non il Pascal ma il Visual Basic.

Chiusa parentesi. Ne apro un’altra, a proposito di un collega di quel celebre professore di cui avevo sparlato e il post sul quale aveva suscitato tante polemiche. Si tratta di un imbecille, un professore che solo al vederlo mi fa venire il voltastomaco. E per diversi motivi, primo fra tutti perché la sua materia (Istituzioni e politiche dell’UE) mi fa “leggermente” vomitare; e in secondo luogo per la sua odiosa cadenza milanese. Ancora peggio è il suo modo di spiegare, di una pesantezza mastodontica, per non parlare del suo modo di scrivere. Ho provato a studiare da un suo libro, ma non ho capito un tubo. È pieno di digressioni, scritto da cani e peraltro illeggibile perché l’impaginatura fa un po’ schifo.

Per farvi capire quanto pena faccia il suo stile, riporto un passo dal suo libro (il corsivo è mio):

Globalizzazione e regionalizzazione non sono fenomeni essenzialmente economici, ma riguardano la ristrutturazione delle gerarchie di potere internazionale. Il dibattito delle teorie delle relazioni internazionali si focalizza da decenni sull’avvenire dello Stato. Secondo una prima scuola di pensiero, statocentrica, si riproporrebbe, […] la centralità del paradigma Stato-centrico. […]

Un secondo approccio teorico, «neomedievalista», mette in evidenza le tendenze verso quella che è stata autorevolmente chiamata la ritirata dello Stato. Quattro sono i corollari di questa tesi.

 

1)                    il predominio delle spinte per la convergenza economica e sociale rispetto alle differenze, viste come eredità del passato. […]

2)                    la deterritorializzazione dell’autorità. […]

3)                    Quanto ai processi d’integrazione regionale, vengono sottolineati i loro effetti post-statali, in termini, da un lato, di creazione di poteri tecnocratici sovranazionali (la BCE, per esempio) e, dall’altro, di crescita di aggregazioni transnazionali costituite da coalizioni di interessi o da comunità interregionali inclusive di regioni di frontiera appartenenti a vari paesi, o altri attori subnazionali e transnazionali. […] (ehm… urge un traduttore…)

Un terzo approccio si situa tra le due tendenze interpretative evocate […].

 

Eccetera. Ma lo scandalo è che ha parlato di quattro corollari, ma ne spiega solo TRE! E il quarto dov’è finito?

Questo porta a due conclusioni:

1)      il professore non rilegge ciò che scrive e non si accorge delle lacune testuali;

2)      il professore non sa contare.

 

Il fatto è che poi ha reiterato lo stesso errore durante le spiegazioni, dicendo, ad esempio, che ci sono quattro teorie, ma dice la prima, la seconda, per poi saltare la terza e dire la quarta! Insomma, un professore che non sa contare o che non si rende conto che manca qualcosa nel suo discorso; e un libro che solo a vederlo mi fa venire mal di testa, tanto mi fa schifo l’argomento – e soprattutto lo stile.

Veniamo al terzo professore. Questo è ancora peggio dei primi due, perché è un lavativo spudorato. Non è professore di un esame, ma di un laboratorio, il Laboratorio di Comunicazione Politica.

Prime due lezioni: assente. Viene la terza lezione e incomincia a spiegare a raffica, usando il portatile (un Mac). Poi ci assegna un compito: analizzare l’edizione di un telegiornale a nostra scelta e trovare una fallacia retorica (non sto a spiegare cosa sia la fallacia retorica sennò mi dilungo troppo). Un lavoraccio: sette edizioni per sette giorni. Telegiornali da guardare, estrapolare le categorie (cronaca, politica eccetera) e poi trovare ‘sta maledetta fallacia. A ognuno di noi una diversa.

Un laboratorio che non è servito a niente. Prima delle vacanze di Pasqua ci disse che la lezione successiva non sarebbe venuto. Perfetto: almeno avvisa. La lezione dopo non viene lo stesso. Altre due assenze consecutive, quindi. Uno scandalo. Viene le ultime lezioni, ma non si fa nulla: parla del compito, della fallacia, ci chiede se abbiamo avuto problemi. Il giorno della verbalizzazione, non osa – sacrosanto! – farci domande teoriche: ci mostra gli elaborati e ci mette l’idoneità.

Ora, io dico: questi laboratori o si fanno come si deve o si aboliscono. Va bene che sono idoneità, ma a che cosa mi è servito analizzare un telegiornale? A niente. A perdere tempo. Come al solito, del resto.

 

E questa era la mia esperienza. Stando a Bari, non posso che lamentarmi. Non posso che piangere per l’Università di Padova persa, in cui avrei dovuto studiare. Quello era il mio posto. Non Bari, perdinci!

Altro che non va? File interminabili alle segreterie, che ti mandano da una parte all’altra, che vanno trovando la luna per farti laureare; ventilatori che funzionano d’inverno e mai d’estate. I laboratori che non esistono (gravissimo); alcune aule troppo piccole per ospitare trenta studenti. E via dicendo. Tanto che non va.

Ma è Bari, amici miei. Alziamo le spalle. Il Meridione è più vicino all’Africa, ecco perché. Così a Bari noi non stiamo in Italia, ma nel Quarto Mondo, miei cari. Quarto Mondo.

Le Università del Nord saranno a questi livelli penosi? Daranno cattedre a professori che non sanno scrivere, che si fanno pagare 15 euro per un libro di nemmeno cento pagine; che vengono a lezione perché non hanno voglia di incontrare gli amici del circolo e di mettersi a giocare a carte; a professoresse di un laboratorio di inglese poco più che trentenni che usano il linguaggio SMS (sì, miei cari: una PROFESSORESSA UNIVERSITARIA); aule senza lavagna e laboratori linguistici in cui i computer sono inutilizzabili.

E questo sarà niente, perché ormai non ricordo quello che mi è capitato alla triennale. Ah, per non parlare della scelta dei programmi, su cui avrei anche da ridire.

 

Combattiamoli.

Il Neodecadentismo combatte anche i Professori Mediocri, quei Lavativi che prendono stipendi da urlo per assentarsi o per scrivere libri in maniera oscena, senza nemmeno rileggerli, con uno stile penoso. Non pretendo un bello stile, ben inteso, ma almeno la chiarezza e la leggibilità, per diamine. Il minimo.

 

Così si chiude questo viaggio nei meandri della Mediocrità dell’Università di Bari. Vi ho fatto conoscere professori di ineguagliabile Mediocrità, per come spiegano e per cosa spiegano e per cosa propongono di fare.

Aspetto le vostre esperienze. Il confronto è importante.

Non riporrò la mia spada. Continuerò a combattere con coraggio.

Devo farlo.

Uno Jedi non si sottrae alla propria missione.

Mai.

Giammai.

Perdinci.

E perdiana. 


Palestrione - 17:54 - Permalink - commenti (6) - commenti (6) (popup)

Categoria: polemiche, sfoghi, personale, mediocrità, università di bari

Add your blog:
mercoledì, 03 giugno 2009

Miei prediletti, oggi si compie il decimo anno. Dieci anni da quando ho incominciato a scrivere. 3 giugno 1999 - 3 giugno 2009. Era pomeriggio, e su un foglio a quadretti scrivevo il primo capitolo del mio primo romanzo, Michifull.

Per celebrare i dieci anni esatti, pubblico la mia scheda personale, immaginando che qualcuno effettui una ricerca su di me su Wikipedia. Naturalmente è solo un gioco, perché ancora non sono nessuno. Nella scheda ho cercato di essere obiettivo e di evitare di autoesaltarmi - purtroppo capita che lo faccia, il più delle volte, ma non in questo caso.

Palestrione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

« I sogni sono utopie. »

Palestrione (Padova28 novembre 1983, pseudonimo di Fabrizio Rigante) è uno scrittore dilettante italiano.

Nel 2007 ha fondato il movimento cibernetico “Neodecadentismo”.

Biografia [modifica]

Infanzia (1983 - 1997)

Nato a Padova da genitori pugliesi, la sua infanzia è caratterizzata da un rendimento scolastico mediocre, sia nei cinque anni della scuola elementare (1989 – 1994), sia nei tre di scuola media (1994 – 1997). In seconda elementare, ha modo di stringere amicizia con Pistel (soprannome di Federico S.), un suo compagno di classe. Insieme a Pistel e ad altri due suoi amici (Alessio B. e Giulio S.) fonda il gruppo rock/pop “The Blue Kids”. Il gruppo ha scritto solo i testi delle canzoni, immortalati in un quaderno (“Album dei Blue Kids”). La musica non è stata mai scritta. Però Palestrione, per qualche anno, ha studiato pianoforte e chitarra classica. Ma dopo la fine della scuola elementare, ha abbandonato tutto: questo era dovuto anche all’allontanamento dagli altri membri del gruppo. Infatti mentre con Alessio continuerà a sentirsi di frequente anche dopo la fine della scuola elementare (eppure i due si erano conosciuti alla scuola materna, ma non erano mai stati in classe insieme), con Pistel e con Giulio perderà ogni contatto.

Durante gli anni della scuola elementare, Palestrione ha una romantica storia d’amore con una sua compagna di classe, Serena, da lui soprannominata “Corva”. Palestrione registra i dettagli del suo rapporto con Serena nel Diario.

Nel 1994 incomincia la scuola media. Palestrione si iscrive alla Scuola Media Statale “Andrea Briosco”. Stringe amicizia con Marco Z.: è l’unico amico perché gli altri compagni di classe lo reputano infantile e immaturo. Anche Serena frequenta la stessa scuola, ma in una classe diversa. Palestrione attraversa una fase molto difficile: infatti non è un ragazzo studioso e i suoi voti non sono esaltanti. Oltretutto, ciò che lo rende oggetto di derisioni è la facilità con cui, per una qualsiasi sciocchezza, piange. I professori, indignati per il suo atteggiamento fin troppo infantile, lo vogliono bocciare, ma la “crociata” del padre riesce a salvarlo. Dunque è promozione alla fine della prima media. Ma il padre di Palestrione decide di fargli cambiare aria, così lo trasferisce alla Scuola Media Statale “Niccolò Copernico”, che si trova a Pontevigodarzere, in provincia di Padova. Nella nuova scuola, Palestrione si ritrova in una classe composta quasi esclusivamente da ragazze. In tutto ci sono solo sette maschi, Palestrione compreso. I voti non sono bassi come ai tempi della “Briosco” e la promozione dalla seconda alla terza media è scontata e facile. Ma anche nella nuova scuola, Palestrione non perde il vizio di piangere e dunque anche qui continua ad essere deriso. La terza media (1996-1997) non è diversa dalla seconda media. In occasione degli esami, Palestrione ritrova il preside della “Briosco”, che si “vendica” per il passaggio all’altra scuola costringendo gli insegnanti a promuoverlo con il voto minimo, “Sufficiente”.

Adolescenza (1997 - 2002)

Nel 1997, Palestrione si trasferisce con la famiglia a Bisceglie, in provincia di Bari. Bisceglie è il paese di origine dei suoi genitori, un paese in cui Palestrione si recava solo occasionalmente, per le vacanze pasquali, estive e natalizie. Il 1997 è un anno fondamentale perché per Palestrione rappresenta la “svolta”, in tutti i sensi. L’iscrizione al Tecnico Commerciale “G. Dell’Olio” appare scontata: infatti il ragazzo non voleva nemmeno continuare a studiare e quella scuola gli avrebbe permesso di entrare nel mondo del lavoro una volta terminato il quinquennio.

Il primo anno è caratterizzato da un ovvio disagio, dovuto alla sua provenienza settentrionale. Tutti i dettagli sono riportati non solo nel Diario (1997-2001), ma anche nel secondo romanzo, Realtà e Fantasia (2000). Nonostante i disagi (la casa non ancora pronta e dover dormire a casa della nonna materna), Palestrione riesce a superare dignitosamente il primo anno di scuola superiore, con la media del 7. Nell’estate ‘98, torna a Padova e va a trovare il suo vecchio amico Alessio (con cui formava il gruppo “The Blue Kids”), che gli fa scoprire l’affascinante mondo della radio, attraverso una “simpaticissima battuta” di Max Dupré, vocalist di Boom Boom Network. Dopo l’estate del ’98, Palestrione e Alessio incominceranno un frenetico scambio epistolare.

L’anno della svolta è il 1999. Infatti Palestrione scrive il suo primo romanzo, Michifull – Storia di una generazione di sconvolti, tratto da alcune storie a fumetti scritte sul diario scolastico, riguardanti l’ex fidanzato di una compagna di classe di Palestrione. Da quando Palestrione scrive Michifull, tutto cambia. Ora il ragazzo incomincia a capire che la scelta del Tecnico Commerciale è stata sbagliata e frutto della sua immaturità da quattordicenne. Dall’anno successivo, il 2000, l’odio per la scuola cresce a dismisura e l’evasione letteraria serve a Palestrione per sfogare la sua inquietudine. Oltre a scoprire la propria vocazione letteraria, il ragazzo inizia ad ascoltare la radio, in particolare Radio Manbassa e il DPINSIDE, programma di un vocalist leccese: Angelo De Pascalis. Avviene, così, un avvicinamento notevole alla musica, soprattutto alla musica dance.

Tra il 2001 e il 2002, dopo una storia d’amore fallita, Palestrione scrive il Diario di James Utopia, con cui si chiude il primo periodo della sua produzione giovanile.

Gli studi universitari (2002 – 2008)

Dopo aver conseguito il diploma da tecnico commerciale programmatore, Palestrione si iscrive all’Università di Bari, nella Facoltà di Lettere e Filosofia. L’estate del 2002 è fondamentale non solo perché Palestrione si convince a stampare il Diario di James Utopia (che inizialmente intendeva custodire come un diario segreto da non far leggere ad alcuno), ma anche perché in precedenza c’era stato l’avvicinamento ad un autore che risulterà fondamentale negli anni seguenti: Umberto Eco. Nella fattispecie, Palestrione aveva letto il più famoso romanzo di Eco, Il nome della rosa (1980), vincitore del Premio Strega nel 1981. Palestrione, quindi, cambia completamente il genere delle sue letture e si dedica a romanzi più “impegnati”. Questa scelta gli permette di migliorare la componente stilistica dei romanzi futuri.

Palestrione “scopre” numerosi autori, da cui si lascia influenzare con una certa facilità: Manzoni, Cervantes, Foscolo, Thackeray, George Eliot, Leopardi, Dumas, Salinger, con particolare predilezione per i classici ottocenteschi e per i romanzi del “maestro” Eco.

Il periodo universitario si distingue in due fasi: la prima, definita dallo stesso Palestrione “fase mediocre”, è caratterizzata da voti bassi; la seconda, invece, presenta un notevole miglioramento nella qualità degli esami sostenuti. Per quanto riguarda le opere, Palestrione scrive due romanzi: Non un uomo come tanti (2003) e Ho messo incinta una ragazza e sono scappato (2004). Ai due romanzi, si aggiungono anche dei racconti, tra cui Narciso e Ipazia (2003), e dei saggi brevi di critica letteraria.

Nel 2006 arrivano i primi contatti con le case editrici, che propongono a Palestrione la pubblicazione dei romanzi, però a pagamento.

Il periodo universitario si chiude nel 2008, con una tesi di laurea in letteratura italiana moderna e contemporanea, intitolata Il ritorno dell’intreccio: il romanzo neostorico di Umberto Eco.

Opere [modifica]

Opere giovanili [modifica]

Palestrione ha avuto sin da piccolo un’attitudine a narrare. Alcuni suoi racconti (detti anche “storie inventate”) sono stati raccolti in seguito in uno scritto intitolato Le perle della scuola elementare, comprendente anche i frammenti di un romanzo incompiuto, I bambini orfani. Negli anni della scuola elementare, Palestrione si dedica anche ai fumetti. La passione per Tex Willer lo porta a creare un personaggio, Mauro Teenager, ispirato a James Bond Junior – un cartone animato trasmesso in quel periodo all’interno di Bim Bum Bam.

Oltre al Diario (1992 – 1996), appartengono al primo periodo i cosiddetti “quaderni comici”: Amori scoccianti… e pettegolezzi, Amori scoccianti… e pettegolezzi 2, Il ritorno dei pettegolezzi (firmati con lo pseudonimo Riccardo Scocciante) e Sogni impossibili (con lo pseudonimo Omar Battistato).

Inoltre, Palestrione e Pistel avevano incominciato un romanzo a quattro mani, Il grande libro, andato però perduto.

Narrativa [modifica]

Romanzi:

Ø      Michifull – storia di una generazione di sconvolti (1999);

Ø      Realtà e Fantasia (2000);

Ø      Il morto pericoloso (2001);

Ø      Il nome di nessuno (2001);

Ø      Diario di James Utopia (2002);

Ø      Non un uomo come tanti (2003);

Ø      Ho messo incinta una ragazza e sono scappato (2004).

Racconti:

Ø      Incubo di Natale (1999);

Ø      Un piano quasi perfetto (2000);

Ø      La notte diversa (2000);

Ø      L’incontro maledetto (2001);

Ø      Lettera ad un amico (2001);

Ø      Luke e Isabelle (2001);

Ø      L’oro dei Sioux (2002);

Ø      Confessione (2002);

Ø      L’ultimo amore (2002);

Ø      Doppia identità (2002);

Ø      La mia storia (2002);

Ø      Canti notturni (2003);

Ø      Narciso e Ipazia (2003);

Ø      Teoria sulle ragazze (2004);

Ø      Epistole d’amore (2004);

Ø      Antefatti e conseguenze di una catastrofe irreversibile (2005);

Ø      Biblioteca “Antonio Corsano” (2005);

Ø      Henry Miller (2005);

Ø      Il Barone di Odenhausen (2006);

Ø      Scappatelle universitarie (2006);

Ø      Sogno surrealista (2007);

Ø      Scheletri (2008);

Ø      Creature del sottosuolo (2008).

Traduzioni:

Ø      Billy Corgan – Seguendo la luna (2006).

Altro:

Ø      Storia e cronistoria (2005 – 2008);

Ø      Diario di un adolescente mediocre (2008).

Saggistica [modifica]

Dal 2002, con l’iscrizione alla Facoltà di Lettere, Palestrione si è notevolmente avvicinato alla letteratura. Se prima, infatti, le sue letture erano prevalentemente di evasione (tra i suoi autori prediletti spiccavano Ken Follett, Agatha Christie, e in età fanciullesca Salgari, ma anche i romanzi del ciclo di Conan), ora, studiando letteratura, si rende conto che la qualità stilistica dipende prevalentemente dalla qualità degli autori letti. La lettura di certi grandi autori lo porta a maturare anche una certa sensibilità critica. Il suo primo saggio breve di critica letteraria è Su capolavori scelti (2003), in cui si occupa dei suoi autori preferiti (Eco, Dumas, Cervantes), oltre che di Manzoni e di Flaubert. Segue Sulla letteratura (2003), il cui titolo deriva da un libro di Umberto Eco. Altri saggi brevi sono: Letteratura in ascensore (2006), Poeta o impostore (2006), Adulterio e morte (2007) - basato sul confronto tra Madame Bovary e Anna Karenina -,  Incipit (2007) - in cui si analizzano i più importanti “inizi” della letteratura - e “I miserabili”, un romanzo epico (2008).

La produzione critica è completata dalle recensioni sui romanzi letti: Delitto e castigo e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, Il signore degli anelli di J. R. R. Tolkien (riscritta nel 2008 con il titolo Il signore dei romanzi), Cento colpi di spazzola di Melissa P.; alcuni romanzi di Henry Miller (la trilogia composta da Sexus, Plexus e Nexus, e Tropico del cancro); Fuoco di Anais Nin, Il corpo di Jonah Boyd di David Leavitt, Identità distorte di Massimo Maugeri, La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco e Madame Bovary di Flaubert. 

Il Neodecadentismo [modifica]

Nel 2007, Palestrione ha fondato il movimento cibernetico “Il Neodecadentismo”. Esso è nato dopo la creazione del Manifesto del Neo-decadentismo, il 27 febbraio 2007. Palestrione, nauseato per la mediocrità culturale italiana nonché per la decadenza di forme d’arte quali la letteratura, il cinema e la musica, ha cercato di diffondere il suo pensiero tramite il web, prima creando un blog su diaBLOGando, e poi, dopo la chiusura della piattaforma, su Splinder. La denominazione è rimasta invariata ma la trasformazione, nell’atteggiamento di Palestrione, c’è stata.

Tutti i post pubblicati nel primo blog sono stati conservati nello scritto intitolato Il Neodecadentismo - primavera 2007. 

Palestrione, nel primo blog, adotta l’avatar James Utopia, dal personaggio del suo romanzo, e mostra pacatezza e mitezza. Ma nel secondo blog, quello creato su Splinder, i toni si accendono, così come le polemiche. Tra i post in cui le polemiche si sono dimostrate più infuocate del solito, troviamo:

Ø      Il Futurismo, sul movimento fondato da Filippo Tommaso Marinetti, in cui si cerca di sottolineare la Mediocrità di certe “boiate” spacciate per opere d’arte (i quadri e le poesie degli autori futuristi, nella fattispecie);

Ø      Ho voglia di sprofondare tre metri sotto terra, in cui l’odio per Federico Moccia (definito “Il Commerciante”) e per i suoi adepti raggiunge il culmine, in un’analisi di alcuni passi del romanzo Tre metri sopra il cielo, nonché di alcuni commenti prelevati dal web – pro e contro Moccia;

Ø       Il professore, un post che analizza l’eccessiva difficoltà di alcuni testi del Prof. Luciano Canfora;

Ø       Cento colpi di mazza da baseball prima di leggere il libro di Melissa P.  – che analizza con spietata lucidità il clamoroso successo letterario di Melissa P.;

Ø      Costantino e Linda, incentrato sul blog di una certa Fede990, napoletana fan di Costantino Vitagliano, a cui aveva rivolto tutte le sue attenzioni;

Ø      Filologia di Beautiful – post in cui si cerca di riassumere la più mediocre delle soap opera mai trasmesse;

Ai post “polemici”, si aggiungono i dialoghi:

Ø      Dialogo tra un poppettaro e un giustiziere;

Ø      Dialogo tra Paris Hilton e il guardiano della prigione;

Ø      Dialogo tra Ronaldo e un pizzaiolo interista;

Ø      Dialogo tra il Maestro Yoda-Eco e Palestriobi-wan (sulla missione del Cavaliere Jedi Palestriobi-wan);

Ø      Dialogo tra i poppettari maledetti;

Ø      Dialogo tra Palestriobi-wan e il Maestro Yoda-Eco (sull’incontro tra Palestriobi-wan e una Sacerdotessa di Venere);

Ø      Dialogo tra Palestrione e Palestrina;

Ø      Il cavaliere innamorato;

Ø      De somnio Palestrionis.

Infine, un racconto, Il matrimonio di Palestrione (scritto nell’ambito del blog), in cui il poeta del Neodecadentismo sposa Shiri Appleby, un’attrice di cui si era infatuato durante la visione del telefilm di fantascienza Roswell, trasmesso nel dicembre 2007 su MTV.

Il Neodecadentismo ha compiuto un anno il 27 febbraio 2008 e per celebrare l’evento Palestrione ha scritto il Secondo Manifesto del Neodecadentismo, in cui si sofferma più dettagliatamente sugli obiettivi e sui nemici del movimento cibernetico.

Il 1° luglio 2008, raggiunta la laurea in lettere, Palestrione ha cessato di utilizzare la denominazione di “poeta del Neodecadentismo, re del silenzio”, sostituendola con il titolo di “Cavaliere Jedi della Cultura”, influenzato notevolmente dalla saga Star Wars, creata da George Lucas.

Cinema e musica [modifica]

Nel 2000, l’incontro con l’aspirante regista Fabio M. ha portato Palestrione ad estendere i suoi interessi anche al cinema. Palestrione e Fabio M. hanno cercato di realizzare un film tratto dal romanzo dello stesso Palestrione Realtà e Fantasia (2000), senza, però, portare mai a termine il progetto. Segue l’idea di realizzare un cortometraggio intitolato Gli occhi di Maddalena. Da questa idea, Palestrione aveva iniziato a scrivere un romanzo, ma il progetto è stato accantonato dopo tre capitoli. Nel 2008, Palestrione ha realizzato alcuni cortometraggi amatoriali:

Ø      Dura la vita a Bisceglie città;

Ø      Rivelazioni;

Ø      Concerto Ohm;

Ø      Eclissi di luna;

Ø      Il Maestro e Shiri (video-manifesto del Neodecadentismo);

Ø      Nanni Moretti – Il registra tragicomico.

Per quanto riguarda la musica, la passione non si è mai del tutto assopita. Infatti Palestrione ha realizzato alcuni brani dance e rave, tra cui Dawson mix, Il venditore (parti I, II, III e IV), Gli intrusi, e Ouh (sotto lo pseudonimo “Un grezzo biscegliese”).

Collegamenti esterni [modifica]

http://ilneodecadentismo.splinder.com


Palestrione - 12:48 - Permalink - commenti (2) - commenti (2) (popup)

Categoria: boiate, personale, anni 80, stronzate, anni 90, anni 2000, scheda personale

Add your blog:
venerdì, 29 maggio 2009

Ho ritrovato l’ispirazione. Questo l’avevo detto anche nei due post precedenti. È un’ottima notizia, specialmente per uno che ambisce a scrivere parecchi romanzi e che non ne termina uno dal 2004.

In realtà si tratta del recupero di un mio romanzo incompiuto, Prometeo, a cui avevo già fatto qualche accenno in passato.

La mia vena creativa è dunque tornata. Ma ciò non significa che abbia dimenticato quanto schifo faccia l’Italia e quanti Mediocri circolino ancora. Ultima scoperta – ma in fondo non è che non lo sapessi già –: ho letto su Panorama o su L’Espresso (non ricordo bene) che gli Zero Assoluto hanno dato luce una nuova fetec… ehm… a un nuovo album, volevo dire. E lì nell’articolo si diceva che questi due escrementi musicali sono amici del Commerciante! Ecco perché hanno musicato i suoi escrementi cinematografici! E insomma nell’articolo si diceva ciò che io da tempo sostengo – ovvietà: chi ama il Commerciante (ed è un Mediocre – i motivi li ho già detti in passato e non starò a ripeterli), ama anche gli Zero Assoluto (Mediocri anche loro). Non vorrei spendere altre parole per questi pseudo - artisti.  È già vergognoso che essi siano premiati e che l’Italia li reputi artisti; ed è ancora più vergognoso che gli adolescenti di oggi li considerino dei riferimenti e che si innamorino delle loro “perle” letterarie e musicali.

Chiusa parentesi, perché non è di questo che voglio parlare, benché alla sola vista di quei due deficienti mi venga il voltastomaco.

Volevo parlare del romanzo che sto scrivendo, Prometeo, e che mi sta togliendo tempo e testa da dedicare ai Mediocri. Il romanzo viene al primo posto; i Mediocri attendessero, perdinci!

Si tratta di un fantasy, di un fantasy mitologico. È un fantasy perché ci sono elementi che richiamano il genere: cavalieri, principesse, magia, sfere di cristallo, onore, amore, eccetera. È mitologico perché i nomi dei personaggi richiamano la mitologia greca e latina (fin dal nome del protagonista, chiaro rimando a Eschilo). Ma il mio Prometeo non ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini né è destinato a giacere su una rupe con un rapace che gli divora il fegato.

Ambientazione: epoca indefinita, ma è un futuro passato, un misto tra antichità (infatti i personaggi adorano gli dei e credono nell’Olimpo) e tecnologia avanzata. A questo si aggiunge la magia, di cui ho già detto.

La scena iniziale è un topos che conosciamo molto bene: il naufrago. Quante opere hanno parlato di un naufrago, di un uomo che giunge su un’isola deserta? Bastano Robinson Crusoe, l’Odissea e Il signore delle mosche, tra i titoli che io ricordo. Certamente ce ne saranno altri, ma non è un problema.

Prometeo giunge dunque su un’isola. Naturalmente io non mi chiamo Defoe e non sono così imbecille da farlo naufragare su un’isola deserta. Le porte narrative sono infinite e far giungere un naufrago su un’isola deserta è davvero da stupidi, perché ti chiude tante, tantissime piste. Ma non criticherò Defoe, ora. Non mi va. Lo odio troppo e non voglio dargli questa soddisfazione – dall’oltretomba.

Prima di procedere con la narrazione, c’è un flash-back di Prometeo. A dire il vero tutto il primo capitolo è un flash-back, e lo è anche il secondo capitolo.

Prometeo aveva lasciato il suo paese (il cui nome non ho ancora definito) a causa di un duello con un tipo arrogante, un certo Janesco – penso che cambierò il nome, in futuro. I due si erano scontrati perché Janesco aveva picchiato il fratello di Prometeo, Igneo (che coincidenza, ho scoperto poi: ignes in latino è il fuoco; e Prometeo dona il fuoco agli uomini, ma giuro che quando ho scelto il nome non ci ho proprio pensato) per questioni sentimentali (si contendevano la stessa fanciulla). Prometeo si era scontrato con Janesco e l’aveva ucciso. Almeno così gli aveva fatto credere Janesco, su suggerimento della sua perfida sorella. E Prometeo, spinto da suo padre, aveva lasciato il suo paese. Era partito alla ricerca di un amico di suo padre, Amilcare, il quale era proprietario di una nave, la Tebaide. Il padre di Prometeo gli aveva dato i soldi sufficienti per comprare la Tebaide e per dirigersi verso il popolo dei Cooni, ove avrebbe trovato ospitalità.

Ma parallelamente si sviluppa la vicenda di un altro personaggio, Nausicaa, una fanciulla di cui Prometeo era innamorato – e lei di lui. I due si erano conosciuti negli anni della loro educazione (militare Prometeo, domestica Nausicaa). E si erano poi innamorati. Ma Nausicaa, che è molto bella e molto ambita, era dovuta partire con il principe Metone, suo promesso sposo. Metone aveva infatti aiutato e curato il padre di Nausicaa, che era malato.

Poi Prometeo raggiunge Nausicaa nel palazzo di Metone e le spiega che vuole partire e che vuole che lei vada con lui. Nausicaa è d’accordo, ma la madre di Metone, Ramnusia, li vede, grazie alla sua sfera di cristallo, e manda a monte il loro piano. Infatti droga Nausicaa facendole bere del sonnifero e un elisir d’amore; e manda un biglietto a Prometeo la sera dell’appuntamento facendogli credere che sia stato scritto da Nausicaa. In questo biglietto, Nausicaa confessa a Prometeo di essersi innamorata di Metone. A nulla servono le proteste di Prometeo, che immediatamente si precipita al palazzo per chiarimenti, ma ancora una volta Ramnusia riesce a impedirgli di vedere Nausicaa prendendo le sembianze della fanciulla.

Così Prometeo raggiunge Amilcare sulla Tebaide. E naufraga.

Si chiude il secondo capitolo con il naufragio. Dove è avvenuto? Dove è finito Prometeo? È finito nella Valle del Vento, ove vive Ipazia, la fanciulla che lo raccoglie dalla spiaggia. La Valle del Vento è una regione del mare della putrefazione, una landa desolata in cui si può circolare solo muniti di una maschera, perché l’aria è tossica.

E fin qui ho scritto. Poi ho il vuoto. A dire il vero ho lasciato parecchie “piste” narrative in sospeso, che intendo riprendere in seguito, ma prima devo affrontare questa vicenda. Il romanzo sarà piuttosto lungo e anche la revisione mi richiederà parecchio tempo. Prima di proseguire rileggerò parte del primo capitolo e tutto il secondo capitolo, con l’obiettivo di eliminare eventuali contraddizioni, di sistemare gli eventuali errori di battitura e di risolvere altri problemi.

Il post è intitolato “Romanzi vecchi e romanzi nuovi” perché voglio anche parlare delle mie letture giovanili, quelle su cui mi sono formato. Si tratta di un periodo molto lontano: da quando avevo dieci anni fino a circa tredici, quattordici anni.

Ne voglio parlare perché così mi renderò conto (e vi renderete conto) quanto le letture giovanili mi abbiano influenzato – e lo hanno fatto. Mai come mi ha influenzato La storia infinita, però, il mio film preferito – di cui sto anche leggendo il romanzo, finalmente.

Nello stanzino – ove ho nascosto le mie letture giovanili – troviamo:

-          alcuni romanzi del ciclo di Sandokan (Le Tigri di Mompracem, I misteri della Jungla Nera, I pirati della Malesia e Le due tigri);

-          due romanzi del ciclo di Conan (Conan il cimmero e Il regno di Conan);

-          romanzi della serie “Superjunior” Mondadori (La nave in bottiglia, Il fantasma del piano di sotto, Smith, uno strano ladro nella strana Londra e Lo strano caso di Hadelaide Harris di Leon Garfield; e Storie dell’imprevisto di Judith Gorog). A questi si aggiunge Uno spicchio di tenebra di Susan Cooper, che un mio ex compagno di classe di scuola media non mi ha mai restituito.

-          alcuni libri-game (di recente ho saputo, con mia estrema meraviglia, che sono stati ristampati), tre della serie “Lupo Solitario” e uno della serie “Ninja”.

-          Romanzi di Christopher Pike, tra cui Monster, La morte arriva per posta e Ricordati di me.

 

La parte sinistra dello stanzino è composta da quattro ripiani. Dal primo al terzo ci sono solo Tex, tutti in ordine crescente. Questi si aggiungono agli altri tre ripiani occupati sempre dai Tex nella mia camera: uno per quelli recenti, inediti; uno per quelli arretrati, che qualche anno fa comprai dal mercatino; e uno per gli albi giganti e per i Maxi Tex.

Deduco, dunque, che delle letture giovanili Tex sia l’unico sopravissuto, tant’è vero che lo leggo tuttora.

 

Concludo questo post con una notizia sulla sgualdrina più ricca del mondo: Paris Hilton. Pare che la ricca ereditiera abbia dimenticato alcuni oggetti hard in una stanza che aveva in affitto. Il proprietario, una volta entrato in possesso di questi oggetti, li ha rivenduti, e immediatamente sono finiti on-line. Pronte le smentite di Paris Hilton. Ma sarà vero? O è solo l’ennesimo tentativo di trovarsi sulle prime pagine dei giornali di gossip?

Già molto tempo fa (due anni fa, circa) avevo espresso il mio disappunto sulle imprese di costei. Ancora una volta esprimo il mio disgusto per questa sgualdrina senza pudore. Ho visto una foto in cui lei ha in mano un membro e lo sta leccando. Non sto scherzando.

Ad ogni modo segnalo il link in cui troverete un mio commento molto arrabbiato, non tanto nei confronti di Paris Hilton – troie si nasce: è il suo caso – quanto piuttosto negli ennesimi escrementi ignoranti deficienti italiani adolescenti che usano il linguaggio SMS.

Giusto un assaggio, prima di vomitare completamente.

 

a tt quelle xsone ke hanno scritto male di paris hilton:fatevi i cavoli vostri.nn avete altro ke fare invece d criticare.lei ha sbagliato x cio ke ha fatto e ha pagato le conseguenze.quindi silence please

 

Che è niente rispetto a quello che ho letto in seguito.

 

cara Paris io kredo proprio ke tutto quel tempo ke 6 rimasta in karcere nn ti ha insegnato nnt,anzi 6 diventata peggio. Guardati,ma nn ti vergogni??io se fossi al tuo posto,si...io nn riesco a kredere ke certi raga ti vorrebbero ********...

 

Quel “nnt” è straordinario, non trovate? Come ho scritto nel mio commento arrabbiato, qui  si “ raggiunge l'apoteosi della Mediocrità con il suo "nnt", in cui le vocali sono completamente estinte”.

Come avete constatato, nonostante il mio impegno per il romanzo, non ho dimenticato che ci sono tanti Mediocri che meritano di essere insultati, distrutti, annichiliti, umiliati – e solo perché io non sono un violento non aggiungo picchiati, nonostante lo meritino.

 

Paris Hilton è una troia.

Le troie amano le troie.

I Mediocri amano i Mediocri e la Mediocrità.

giovedì, 21 maggio 2009

Torniamo a puntare l’indice contro la telenovela più Mediocre della storia della televisione, miei fedeli poeti del Neodecadentismo! E dobbiamo farlo perché questa soap è grottesca. I suoi personaggi sono grotteschi, comici, ridicoli. Le situazioni vanno oltre l’inverosimile.

Beautiful, dunque, come già avrete capito (a parte che l’ho specificato nel titolo). Devo per forza riprendere a parlare di un personaggio poco credibile (lo sono tutti, ma questo in particolar modo). Mi riferisco a Pam, la sorella psicopatica di Stephanie. Ebbene, Pam odia Donna, la tr… ehm… la moglie di Eric Forrester, ex marito di Stephanie. La odia perché Donna ha distrutto la famiglia di Stephanie, l’ha portata all’infelicità. Pam è una psicopatica, non dimentichiamolo: mangia le bustine del tè; fa scherzi infantili con pistole finte da cui spunta una bandierina con su scritto “Bang!”; rinchiude Donna in una doccia e cerca di farla cuocere; prepara dei “gustosi” dolcetti al limone e li offre a tutti, anche a chi non dovrebbe; dopo la morte del suo cane, si veste addirittura a lutto!

Il profilo del personaggio non è molto rassicurante. Tutt’altro. Nulla, in Beautiful, è rassicurante. Nulla è stabile. Tutto si crea e tutto si distrugge. Lì in Beautiful, perlomeno.

Veniamo al video.

Donna è stata aggredita. Eric è in ospedale perché ha avuto un malore. Inizialmente si credeva che fosse dovuto alle pillole di Viagra che aveva preso prima di soddisfare la sua concub… ehm… (sbaglio sempre, dannazione!) sua moglie, volevo dire. Ma poi si era scoperto che aveva ingerito qualcosa che gli aveva fatto male. E non erano le pillole. Non sto a riassumervi tutto, sennò mi sto fino a domani notte.

Ad ogni modo, Donna è stata aggredita da qualcuno che vuole che lasci Eric. Donna si rifugia nello Chalet di Eric – pare in montagna. Ma anche Pam viene a sapere che Donna è lì. Voglio farvi notare il primo piano di Donna, quando è in macchina, con le lacrime agli occhi: PATETICA! Un’attrice così scarsa è introvabile. Perfino Martina Stella e Manuela Arcuri sono superiori. Persino Valeria Marini.

Donna arriva nello Chalet di Eric. Ivi arriva anche Pam. Tra le due non è mai nata amicizia. Non si sopportano, questo è evidente. Pam offre dei dolcetti al limone a Donna, che rifiuta. Poi, dopo un diverbio, Donna si alza – sa che Pam è pazza: l’ha vista mangiare la bustina di tè – e va verso la porta, poi si gira e vede Pam che le punta un fucile! Allora capisce che è stata lei ad avvelenare Eric: gli aveva offerto quei suoi dannatissimi dolcetti al limone. Voleva solo spaventarlo, si giustifica. Perché, in fondo, tra di loro (Eric e Donna) poteva esserci solo sesso, e se Eric non fosse stato più in grado di soddisfare Donna, allora l’avrebbe lasciata, tornando così da Stephanie. Ma il piano di Pam non finisce qui. Infatti ha in mente di far fuori Donna: la stordisce, poi la lega a una sedia e la cosparge di miele. E infine, fa entrare un orso! Sembrerà un incidente. Donna morirà sbranata dall’orso, attirato dal miele.

Ma qualcosa va storto. Giunge infatti Owen, innamorato di Donna. Owen aveva capito che era stata Pam ad avvelenare Eric e sapeva che Donna era lì allo Chalet di Eric. Owen attira l’orso fuori – intanto Pam è scappata – e finalmente può liberare Donna. L’incubo è finito.

Ma in quel momento, proprio nel momento in cui Donna si abbandona a Owen, Eric riapre gli occhi e pronuncia il nome di sua moglie.

E qui finisce il video.

Altre osservazioni. Eric si è svegliato e Stephanie, che ha scoperto la tresca amorosa tra Owen e Donna, lo ha fatto dimettere e l’ha portato a casa sua, senza avvisare però Donna, che eppure è sua moglie!

Contemporaneamente a tutti questi eventi, una love story parallela. L’ennesimo triangolo: Katy (sorella di Donna), Nick e Bridget (neo-sposi – per la seconda volta, però). Da non trascurare che Katy è la zia di Bridget, essendo sorella di Brooke, madre di Bridget. E da non trascurare che Brooke è l’ex moglie di Nick.

Ah! Ma se ora analizzo tutte le parentele impazzisco.

Ad ogni modo, Katy stava per morire (non apro digressioni sennò veramente non finisco più) e Nick, il quale sa che Katy è innamorata di lui, si concede. Sta per sposare Bridget, ma se ne infischia e va a letto con Katy. Che però rimane incinta, perdinci e perdiana! E al contempo, anche Bridget è incinta! Perdinci e perdiana due!

Nick si confessa a Bridget e immaginate la sua reazione. Poi Katy confessa a Brooke di lei e Nick: e quella troia di Brooke, dopo aver sposato padre (Eric), figlio maggiore (Ridge), figlio minore (Thorne) e fratellastro (Nick) HA PERSINO IL CORAGGIO DI FARLE LA PREDICA! MA PER FAVORE, PERDINCI E PERDIANA!

Da prendere a sberle.

Ah, un’altra osservazione e poi chiudo: ieri si è vista Bridget, in lacrime, in macchina. La canzone di sottofondo era la stessa utilizzata quando si è vista Donna che andava, sempre in macchina, allo Chalet di Eric. E compare nel video.

Questo è tutto.

Su Beautiful ci sarebbero molte altre osservazioni da fare, ma per ora mi limito a queste, sennò mi dilungherei troppo, e di questi tempi non conviene proprio.

Le mie lotte alla Mediocrità non sono terminate.

Non mi sono arreso, ma sto solo allentando la presa sui Mediocri. Possono aspettare, perché ho ritrovato l’ispirazione, che viene prima di loro.

Il mio romanzo non è a buon punto (se dicessi così vorrebbe dire che avrei scritto almeno la metà, ma invero sono appena al primo capitolo, che consta di 60 pagine – e non è ancora finito). Mi ci vorrà un bel po’ di tempo, per scriverlo. Bisogna attendere. Non devo avere fretta.

Questa volta darò il meglio.

I Mediocri possono attendere.

Ma io non mi fermo e continuo a dichiarare guerra a loro.

La Guerra ai Mediocri continua.

 

venerdì, 08 maggio 2009

Poeti del Neodecadentismo, finalmente è giunta la primavera! Ed ecco che possiamo cambiare abbigliamento: possiamo così vestirci più leggeri, progettare le vacanze estive (ammesso che siano consentite e che qualcuno di noi – non il sottoscritto – possa permettersele); e soprattutto, respiriamo aria pura.

Aria pura quasi, perché essa giammai sarà purificata dalla Mediocrità. Come ben sapete, la Mediocrità è nell’aria. Noi siamo circondati da Mediocrità. E il web ne è pieno, di Mediocri. Questo l’ho dimostrato parecchie volte, nel corso dei miei interventi e delle mie battaglie.

Già, il web: quale fonte di inestimabile ricchezza per chi, come me, scova i Mediocri e si diverte a deriderli! L’ho già fatto, se vi ricordate. Ma l’ho rifatto, ecco. L’ho fatto in passato, più di un anno fa. E poi ho scritto un saggio, intitolato Italo – Romanesco. Studio su fenomeni linguistici contemporanei. Mi sono deciso a farvelo leggere, o perlomeno a sintetizzarlo.

Giusto un’ultima puntualizzazione, prima di lasciare le parole al saggio (che taglierò notevolmente): ho ritrovato l’ispirazione e ho ripreso uno dei miei due romanzi incompiuti, Prometeo (di cui avevo pubblicato almeno il primo capitolo della prima stesura su questo blog). Ho già scritto una ventina di pagine in due giorni e se continuerò con questa assiduità e se non lo mollerò più, penso che riuscirò a finirlo. Poi lo pubblicherò tramite il sito ilmiolibro.it, grazie al quale ho pubblicato il Diario di James Utopia e Realtà e Fantasia (quest’ultimo è il mio secondo romanzo, di cui credo di avere già parlato).

Ma basta divagare. Ecco il saggio.

 

1. Introduzione

1.1 Il romanesco nel XXI secolo

 

Nell’epoca che stiamo attraversando, ci troviamo spesso di fronte a fenomeni linguistici un tempo impensabili. È un dato di fatto, ormai, che il linguaggio SMS stia per soppiantare poco per volta la gloriosa lingua nazionale, l’italiano. Il linguaggio SMS è stato introdotto nei messaggini del cellulare, ma oggi molti adolescenti lo estendono anche ai blog, ai commenti, insomma a tutto ciò che è scritto. La caratteristica principale di questa nuova forma di linguaggio è la sintesi. E sintesi vuol dire abolizione delle vocali, ma anche uso del “per” (X), segno matematico, in luogo della preposizione, o per la costruzione di alcune parole (xò, xciò, xkè ecc.). Tutto ciò non può che spaventare i linguisti ma soprattutto i tradizionalisti.

L’obiettivo dell’analisi linguistica che faremo è riscontrare le peculiarità di questo nuovo tipo di linguaggio, nella fattispecie nel blog di una ragazza romana, Mia.

Ci siamo avvicinati gradatamente al mondo di chi usa il linguaggio SMS e abbiamo cercato di assuefarci. Così, siamo stati costretti a infiltrarci e a fingerci romani, ignoranti, cafoni, in modo tale da essere apprezzati.

Il soggetto da noi creato si chiama Flavio Borghese. Di borghese, però, ha solo il cognome, poiché l’estrazione sociale, per come l’abbiamo immaginato, è decisamente bassa, umile. Flavio non conosce l’uso dell’italiano – benché talvolta intercali qualche parola nella lingua nazionale. Flavio conosce solamente il romanesco. Lo abbiamo “inviato” virtualmente nel blog di Mia, che aveva subito da parte di altri utenti una serie di insulti piuttosto pesanti. Flavio difende Mia per renderla sua amica; poi lascia il suo contatto Messenger e ha modo di “dialogare” direttamente con l’oggetto del nostro studio.

Veniamo a Mia. L’estrazione sociale di Mia non dovrebbe essere bassa, ma bassa è certamente la sua cultura. L’italiano è un optional; il romanesco un’abitudine, ovunque ella “scriva” – lo mettiamo tra virgolette poiché Mia non scrive, ma cerca solo di comunicare […].

 

1.3. Peculiarità linguistiche

 

Tra le novità riscontrate durante l’analisi dei post e dei commenti nonché delle conversazioni di Mia, si sottolineano:

1)      l’uso di “è”, voce del verbo essere, al posto di “eh” interiezione;

2)      l’abolizione della punteggiatura (flusso di coscienza tipicamente joyciano);

3)      la non conoscenza del congiuntivo;

4)      l’appropriazione del romanesco (“vojo”, “cojoni”, eccetera);

5)      l’uso spropositato dei puntini di sospensione, che sostituiscono qualunque segno di interpunzione.

 

Questa era dunque l’Introduzione. Adesso passerò ai commenti lasciati da Mia sul suo blog. Seguiranno quindi le parti essenziali delle conversazioni su Messenger tra Mia e Flavio Borghese (non le riporterò integralmente perché sono piuttosto lunghe, ma nel saggio erano state tradotte in italiano, almeno solo le “battute” di Mia).

Ecco i commenti più interessanti di Mia:

 

spertr te piacerebbe... al caro commentatore anonimo ke francamente reputo sia sempre la stessa persona...èèèè

nn poi di a me burina e poi me dici aripijate ma aripiate te.....ha ftt na figura de merda......

 

Il secondo:

 

a puttana da 2 euro bagnarola a makkina mia nn cia kiami ce kiami tu madre ,poi io me trucco come cazzo me pare pensa pe te ke neanke te firmi nn ciai le palle..! e poi parli parli se vede ke sei solo ke invidiosa...è si ke te de faccia sarai un mostro allucinante..poi si so fiera de avecce l'adesivo de mussolini...e guarda ke no devi manko da nomina ke nn sai manko ki è e ka ftt xcio stai zitta ... poi nn parla de buon gusto ke te sarai na zeccaccia de merda ke te compri i vestiti al mercatino ke te fai er guardaroba co i sordi ke guadagni quando vai a batte....co 15 euro te vesti tutto l'anno e poi cara mia troiazza...

io almeno se vesto playboy vor di ke vesto de marca......sparisci e pure te nantra figuraccia de merda...

sparisci poveraccia

 

Una cosa certa è che da Mia potremmo tutti quanti prendere lezioni. Non di italiano – eh, eh! – ma di insulti. Sicuramente costei non appartiene alla categoria di persone che potremmo definire “raffinate”, “fini”, “eleganti”. Lascio immaginare a voi, invece, a quale categoria (oltre che a quella degli ignoranti, palesemente) appartenga Mia.

Ma procediamo.

 

lo sai xkè critiki xkè sei invidiosa.......ahahahah è si.te 1 nn hai la makkinetta e 2 6 un cesso e 3 non hai amici...mi fai quasi pena..

 

I commenti di risposta di Mia sono riferiti a quelli degli altri utenti, che però qui ho omesso. Nel saggio, invece, ho riportato anche gli altri commenti e ho tradotto quelli di Mia.

 

e attaccati al cazzo se ti sei ftt il blog […] x commentare il mio blog.....neanke ora lo puoi fare ahahahah

 

Nel saggio avevo inserito anche le foto di Mia e del suo blog, che per rispetto della privacy non riporterò qui. Ma posso descriverlo: è un blog a dir poco grezzo, pieno zeppo di foto di Mia e dei suoi amici. Mia ha i capelli neri, un trucco molto “forte” (non so se si possa usare questo termine: di trucchi me ne intendo poco!) e un modo di scrivere che… ah, ma quello lo conoscete già.

Quelli che avete letto erano i commenti lasciati da Mia sul proprio blog, ma ci sono anche quelli lasciati sul blog della sua migliore amica.

Eccoli:

 

a grandissima PUTTANA der primo commento ma vergognate me fai te skifo ke 1 non te firmi e 2 K PENSI KE NOI TE VOLEVO RUBA ER POSTO TUO IN MEZZO ALLA STRANA A FA E PUTTANE NN SEMO BONE CE DEVI INSEGNA ... SOPRATUTTO A PIALLO AR CULO K'è LA TUA SPECIALITA DATO KE CIO PII SEMPRE...e poi ermeno noi a makkinetta ciavemo te vai a fette...fatte skifo quanno te guardi a o spekkio..dolcezza...e poi sur blog d'amika mia nn ce devi popo ke da veni... dacce er tuo ke taggiustamo noi a no è vero tutti la solita scusa io er blog nn ce lo....sese

ma vattapianderculo....va

 

Ah, ah, ah! Non è fenomenale? Non è grandiosa? Non è la versione di Totti al femminile?

Infine, un commento lasciato sul blog del suo ex fidanzato – che si era baciato il cane (questo aveva confessato Mia in una conversazione con Flavio):

 

ciao daniele sicuramente nn leggerei mai quello ke ti ho scritto dato ke in questo blog nn ci vai mai...ti volevo dire solo ke alla fine anke io ti voglio bene...6 un cretino un ragazzino ke deve crescere ma...la gente ho imparato ad accettarla coi difetti quindi ti voglio bene...e mo nn te monta la testa è ...

1bacio

 

Ah, ah! È sorprendente, come ho già fatto notare nell’Introduzione, l’uso di “è” al posto di “eh”: davvero degna della figliastra di Filippo Tommaso Marinetti!

Ad ogni modo, delineato il profilo (linguistico) di Mia, passo ora al rapporto tra la donzella e Flavio Borghese. Egli è un grezzo, cioè un romano dello stesso stampo di Mia. Uno che non si fa scrupoli a provarci con le ragazze; uno sicuro di sé, un cosiddetto “figo” (è ciò che egli crede di essere, eh!). Flavio non ha peli sulla lingua e ciò lo dimostra un messaggio mandato a Mia:

 

a mi.... ma sei lupacchiotta, alora? te credevo dea lazio........ no scckerzo scusa....

 

ao, ma lo sai che al posto delle tette ciai du cocomeri....hahahahahhaha....ao.....scusa nun te la prenne sto a fa un complimento e! sei proprio na bella raga e!

 

ke me frega che nun sai litaliano bassta ke sei de roma e dea ROMA!!!

 

Ah, ah, ah! Flavio è un grande! È un romantico grezzo. Forse si ispira a qualche personaggio di Carlo Verdone, forse quello di Un sacco bello – quello che vuole andare in Polonia e che si mette la carta igienica nei pantaloni, ah, ah!

Risposta di Mia:

 

a bello i 2 cocomeri son na sesta mika kissa Kè....MA CE LAI MSN??se ce l'avevi parlavamo...cmq que zokkole ke me commentano er blog manno popo rotto er cazzo me sciaqquettano la fregna... scusa la mia volgarita......nte proccupa te saluto amike mie... mando abiti ?????

smakkete

 

Si noti:

-          in che modo ha scritto “ce l’hai” (è la forma corretta);

-          in che modo ha scritto “sciaquettano” (da notare che questo verbo non esiste, in italiano – al massimo “sciacquare”, non “sciacquettare”- , e che lo sanno anche i polli che l’unica parola della nostra lingua con due “q” è “soqquadro”. Mia non lo sa. Mi sorprende!);

-          l’uso di “fregna” per indicare l’organo genitale femminile. E poi subito dopo “scusa la mia volgarita” (da notare che non si è degnata di scriverlo con l’accento: il Ritardato insegna).

 

Insomma, un vero divertimento. Ma pensate che sia finita? Ebbene, vi sbagliate, perché il meglio deve ancora venire.

Giungiamo infatti alle mitiche conversazioni su Messenger tra Mia e Flavio. Le riassumerò brevemente:

 

PRIMA CONVERSAZIONE. Mia vuole vedere Flavio con la webcam. Flavio rifiuta e Mia si arrabbia. Poi parlano del più e del meno: quanti anni hai? Che cosa fai? Le solite cose, insomma. Finché non si giunge all’argomento “makkinetta” (riporto la parola così come la scrive Mia). Allora Flavio chiede a Mia:

 

Flavio. ma guidi a makkinetta?

Flavio. ciai la patente?

 

Voglio sottolineare che l’ignoranza di Flavio è accentuata. Il personaggio doveva essere ignorante e cafone perché è quello il genere di uomo che – si presume – piace a Mia. Uno raffinato e che non fa errori ortografici? No, non sarebbe il suo tipo.

 

Mia.. no il patentino

Flavio. e che ce fai nella makkinetta?

Mia.. tutumtutum

Flavio. aaaaaaaa

Flavio. ho capito!!!!

Flavio. e co me cio faresti tutututum

 

Eh, eh! Come vi ho fatto notare, Flavio non ha paura di nessuno e va subito al dunque. È molto concreto. Risposta di Mia:

 

Mia.. cosa

Mia.. non t conosco

Flavio. piasce...io so Flavio....ecco mo ce conosciamo

Flavio. e tu sei Mia.

 

Ah, ah! Una battuta ripresa dal film It, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. È parte del dialogo tra Pennywise e Georgie, il fratello di Bill Denbrough. Solo che lì il bambino diceva che suo padre non voleva che lui parlasse con gli sconosciuti; e la risposta di Flavio riprende proprio la risposta di Pennywise, alias It.

 

Flavio. e mia.

 

E qui c’è un gioco di parole: “tu sei Mia”, vale a dire: “Il tuo nome è Mia” e “e mia”, cioè “mi appartieni”.

Ma questo passo è formidabile, da leccarsi i baffi. Leggetelo senza trattenervi dal ridere:

 

Mia se ti conosces e uscirei cn te e se ci starei  e se ci mettesmo ineme e se mi faresti capire  ami + me di kiunque altra

Mia se sarei lunika tua ragione di vita be allora

Mia ma nn mi ami e nn sono la tua ragione di vita

 

Ah, ah, ah, ah, ah! Cassano e Totti, in confronto, sono due dottori!

Questi i tempi adoperati da Mia:

-          se ti conoscessi. È un congiuntivo. Giusto. Stranamente.

-          Uscirei. Condizionale. Sbagliato. Non mi sorprende.

-          E se ci starei. Condizionale. Sbagliato. Idem.

-          E se ci mettessimo insieme. Congiuntivo. Corretto. Mi sorprende.

-          E se mi faresti capire che mi ami più di chiunque altra. Condizionale. Sbagliato. Ma va?

-          Se sarei l’unica tua ragione di vita… beh, allora. Condizionale. Sbagliato.

 

All’ipotesi, consegue: Ma non mi ami e non sono la tua ragione di vita. Per maggiore chiarezza l’ho scritto in italiano.

 

Io penso che Mia conosca l’uso del congiuntivo. Sì, ma solo di alcuni verbi. Non si è posta minimamente il problema che in alcuni verbi abbia usato il congiuntivo e in altri il condizionale. Una qualunque persona ci sarebbe arrivata, (anzi, come scriverebbe Mia: “ci fosse arrivata”, ah, ah, ah, ah!), ma Mia no: ha una mente troppo limitata. D’altronde, da una che confonde “è”, voce del verbo essere, con “eh”, interiezione, che cosa si può pretendere? Nemmeno l’Innamorato Incompreso e il Ritardato arrivavano a questi livelli. Beh, la gara è dura.

 

SECONDA CONVERSAZIONE. Nella seconda conversazione, Mia racconta a Flavio di aver fatto un incidente con la macchina, perché andava un po’ troppo veloce. Ah, mi correggo, con la “makkinetta”, volevo dire. Dicevo, andava un po’ troppo veloce. E allora leggete che cosa le è uscito sulla gamba:

 

VEDEV AZZURR VERDE MENTRE GIRAVA S SVENUT

Mia..

svenuta

Mia..

E QUAND H RIAPERT LKKI

Mia..

H VIST TUTTI I VETRI SCPPIATI E ME S PULITA IL SANGUE DA UN BRACCI

Mia..

E

Mia..

ME SCIVA PURE DA NA CSCIA

Mia..

E ME S SLACCIATA I PANTALNI

Mia..

KE ME FACEVA MALE LA

Mia..

MER RTTA IL BACIN E AVEV UN EMATMA SULLA CSICA GRSS

 

Traduco l’ultima “frase”: M’ero rotta il bacino e avevo un ematoma sulla coscia grosso. Non notate nulla di strano? Giacché Mia è erede dei romani (chi più di lei, ah, ah!), adopera dei costrutti latineggianti. Scomponendo sintatticamente la frase avremmo:

 

AVEVO: predicato verbale.             

UN EMATOMA: complemento oggetto.                

SULLA COSCIA: complemento.                

GROSSO: aggettivo del complemento oggetto.

 

Dunque invece di scrivere: “Avevo un grosso ematoma sulla coscia”, ha posticipato l’aggettivo. È un fenomeno molto interessante, perché questi sono costrutti assai rari, al giorno d’oggi.

 

TERZA CONVERSAZIONE. È andata perduta. Ma è possibile ricostruirne il contenuto. Mia diceva a Flavio di avere un ritardo. Oh, non un ritardo mentale, ma un ritardo del suo ciclo: credeva di essere incinta. Allora Flavio le aveva chiesto se avesse usato precauzioni; e Mia gli rispondeva che il suo ragazzo “era venuto fuori”. Poi non si è saputo più come è andata a finire. Mia non è ritornata sull’argomento, dunque non era sicuramente incinta.

 

QUARTA CONVERSAZIONE. È quella conclusiva. Flavio diceva a Mia che la sua ragazza (Federica) era gelosa di lei perché Flavio le aveva dedicato un video: si tratta della canzone di un cantante svedese, Mans Zemerlow. La canzone è Cara Mia. E ora non ricordo se “Mia” fosse scritto con la maiuscola, giacché il significato cambierebbe del tutto, intendendo da una parte “mia” come aggettivo possessivo e dall’altra “Mia” come nome femminile.

Nell’ultima conversazione, Mia chiedeva a Flavio delle foto di lui e della sua “pischella”. Queste foto erano ovviamente inesistenti, sicché Flavio inventava delle scuse: non posso attaccare il cellulare, te le mando domani eccetera.

 

E così si conclude il nostro viaggio negli oscuri meandri della Mediocrità. Anzi, come direbbe Mia: “Nei meandri della Mediocrità oscuri”, ah, ah, ah, ah, ah!

Mi sono mantenuto abbastanza moderato. Questo era materiale che scottava e la tentazione di pubblicarlo ce l’avevo già da tempo. Finalmente ho trovato il coraggio.

Non so se passerà molto tempo prima di “deliziarvi” (si spera) con altri miei interventi, giacché lo studio (gli esami sono prossimi, ahimè) e il mio romanzo (da scrivere) mi tolgono parecchio tempo. Tra l’altro intendevo pubblicare su ilmiolibro.it anche una raccolta di racconti (che avevo quasi finito di correggere, prima di ritrovare l’ispirazione) e gli altri miei romanzi. L’unico che certamente non pubblicherò è Michifull: non ho la faccia, me ne vergogno troppo.

Questo, per oggi, è tutto.

Spero di non avervi annoiati e di non essermi dilungato eccessivamente.


Palestrione - 18:31 - Permalink - commenti - commenti (popup)

Categoria: polemiche, lingua italiana, stronzate, adolescenti, mediocrità, anni 2000, grezzi, rbusciot, linguaggio sms, arrapati mentali

Add your blog:
giovedì, 23 aprile 2009

Prima defilippica.  Vogliate concedermi la vostra cortese attenzione, poeti del Neodecadentismo, giacché a voi mi rivolgo, oggi, per gridare contro Colei-che-impadronita-si-è-della-televisione. Questa donna, il cui marito, ciccione, trippone, abominevole maiale, tricheco, baffone – ancora compare in televisione, quand’aveva pur sostenuto di voler abbandonare gli scenari televisivi, eppure continua a tediarci (almeno a tediare gli altri, giacché le sue trasmissioni non mi riguardano); questa donna, da molti ritenuta una non-donna, ovverossia un travestito, e da alcuni ritenuta bisex, e da altri lesbica, e imitata da Zelig – e tale imitazione fa crepare dal ridere, specialmente per la sua “r” moscia; questa donna, dominatrice assoluta degli scenari televisivi, con ben tre programmi osceni (Uomini e donne, Amici – solo suoi – e C’è posta per te); questa donna, infine, che nemmeno la domenica è capace di riposarsi – perché infatti, se non lo sapete, ella compare ogni giorno, tanto è lo spazio che Canale5, ahinoi, dà al suo volto; questa donna, insomma, è Maria De Filippi.

Questa donna va attaccata duramente, non perché si abbia un motivo sacrosanto per attaccarla, ma perché non c’è alcun motivo per difenderla. Infatti difendere lei vuol dire difendere la Mediocrità incarnata in bulli cafoni e gnocche troie, che su troni non da re ma da cretini mettono in mostra il loro “cranio disabitato” (cit.).  Così chi è assiso sul trono non è dunque sovrano poiché regna, poiché decide, poiché ama il suo popolo; poiché ha un potere; poiché è stato eletto (tra l’altro i re non sono eletti: la monarchia non può essere democratica!) – ebbene, costoro sono assisi su quei troni perché sono i re e le regine della stupidità. E colei che li guarda, che li mira, che li ascolta, estasiata, accasciata sulle scale, tra il pubblico; che cerca di comprendere le loro scelte, i loro comportamenti; che li studia come uno psicologico studierebbe le confessioni di un malato e che li osserva come uno scienziato osserverebbe le bestie da laboratorio (topi, scimmiette, che importa?) – è questa donna, questa malefica donna. È malefica non in sé per sé, non per il suo carattere, non perché ella sia stupida o perché sprigioni Mediocrità – infatti non è lei in quanto tale il problema, ma ciò che evoca la sua presenza, ciò che comporta la sua presenza. È malefica perché è diventata la padrona di un potente mezzo come la televisione. Padrona ergo succhia cervelli; padrona ergo onnipresente.

Onnipresenza è la sua parola chiave. Riposarsi di domenica? Giammai! Ella è stacanovista, ella è instancabile. E dunque incomincia la settimana con Uomini e donne, puntuale alle tre meno un quarto del pomeriggio su Canale5; segue Amici (che per fortuna dell’umanità è terminato). Ma si concluderà qui? Giammai! Infatti il sabato ecco di nuovo Amici, nel primo pomeriggio, per non parlare sempre di Amici in prima serata il mercoledì.

La dannazione di questa donna, il suo potere, le sue arti magiche di seduzione del popolo, è dimostrata in un modo assai palese e assai noto: la vittoria di un Mediocre – Marco Carta – al Festival di Sanremo. È la consacrazione del Mediocre. Il Marco Carta vincente di Sanremo comporta la caduta di ogni speranza. Cessa ogni sogno che la musica italiana sorga da quella sorta di Mediocrità ormai indefinibile che è, tra Negramaro, Caparezza e altri Mediocri osannati come se fossero degli dèi, quando invece sono solo il prodotto dell’ignoranza del popolo, perché il vero problema è che il popolo non conosce, non sa, e osanna quello che ha, identificandosi in esso e accettandolo per quello che è, cioè Mediocre. Il popolo è fatto di Mediocri – come d’altronde ho detto nella mia Apologia della Mediocrità – e dunque non può che amare, osannare i suoi simili, vale a dire i Mediocri.

 

Seconda defilippica. Gli adolescenti dominano, oggi, il mercato. Dominano perché la musica è fatta per gli adolescenti; il cinema è fatto per gli adolescenti; i libri sono fatti per gli adolescenti; la televisione è fatta per gli adolescenti. Questo è preoccupante, soprattutto per chi adolescente non lo è più. Ma il problema più serio è che la generazione di oggi, la generazione degli anni ’90, è una generazione degenerata. È una generazione viziata, che conosce già i cellulari, che gode già dell’uso di Play-Station, Internet, Facebook e You Tube alla tenera età di dieci anni, mentre invece la generazione degli anni ’80 poteva a malapena giocare con il Game Boy o con il PC (peraltro modesti 286, mica computer da UN TERABYTE o Notebook!).

Tenendo presente ciò, cioè che il mercato è deciso dagli adolescenti, è naturale che questa non possa che essere la sola e unica condizione. Che non sia soddisfacente per le menti pensanti, questo è certo. Perché infatti sentire ancora le lagne di un Tiziano Ferro o di un Cremonini, o pensare che il Commerciante Moccia si reputi uno scrittore, o vedere al cinema quel Mediocre di Nicolas Vaporidis o pensare che Twilight stia riscontrando successo, o vedere – o ancora peggio – SENTIRE – i DARI cantare; già, tutto questo è nauseante, allarmante, degradante per il passato e umiliante nonché snervante.

Il punto è che Amici, la trasmissione top degli adolescenti, è la conseguenza del dominio adolescenziale del mercato in tutti i settori fin qui citati (cinema, musica, letteratura e televisione). In Amici, gli adolescenti ripongono i loro sogni. Si identificano perché i personaggi sono ragazzi come loro, apparentemente semplici. E come Marco Carta – che grazie all’aiuto delle malefiche arti di Colei-che-in-televisione-regna ha vinto Sanremo – sognano di scalare le vette più alte: da Zero a Mito, come recitava il sottotitolo di The Mask, film interpretato da Jim Carrey. Ma quello era solo un film – finzione, dunque. Invece Marco Carta ha sigillato il proprio nome nell’albo d’oro della kermesse sanremese, accanto a tanti altri importanti cantautori italiani. Nella storia, sarà ricordato. Come il più Mediocre, ma sarà pur sempre ricordato.

Affianchiamo X-Factor ad Amici e otteniamo una proporzione non matematica:

 

X-FACTOR : RAI2 = AMICI : CANALE5

 

Mai proporzione fu più semplice e veritiera di questa. Il succo non cambia. E guarda caso, anche lì su RAI2 c’è Colei-che-impossessata-della-tv-si-è, vale a dire Simona Ventura, ancora più malefica della De Filippi, giacché rappresenta il prototipo della donna arrivista, malefica, ma anche oca e raccomandata, dunque un incrocio tra Flavia Vento e Ilary Blasi. Così, costoro, queste malefiche femmine, detengono gli scettri rispettivamente di Canale5 e di RAI2.

Ma in fin dei conti che differenza c’è tra Amici e Uomini e donne? Nessuna. Infatti l’elemento comune non è solo la conduttrice, ma i litigi, che ormai in televisione sono quotidiani come le apologie di Emilio Fede a Berluska o come gli strafalcioni di Luca Giurato o come le invettive di Sgarbi a Cecchi Paone. Amici e Uomini e donne sono della stessa pasta: cambia la forma ma non cambia la sostanza; mutano gli interpreti ma non la sceneggiatura: la regia è la stessa, e naturalmente non può che essere stata affidata a quella donna.

Questa donna, allora, intendiamo difendere? Ma come? – se pensiamo che quel tricheco del marito da anni va parlando di fattacci e di fatterelli e conduce un talk show dal nome Maurizio Costanzo Show (un nome talmente egocentrico da prenderlo a cazzotti); un marito tricheco che ha manovrato Buona Domenica, conducendola insieme a Claudio Lippi (eclissatosi per sempre – si spera – è da pensionamento), Paola Barale (anch’ella svanita nel nulla) e Massimo Lopez (ricordato più per le ore passate al telefono in quella celebre pubblicità di qualche anno fa). Ma oggi – già – oggi, chi conduce Buona Domenica? Non esiste più, ma il discorso fatto per Uomini e donne e Amici vale anche per quest’altra immonda immondizia: Paola Perego– di cui bisogna rammentare le conduzioni di La Talpa e de La Fattoria (reality di cui Barbara D’Urso andava fiera, perdiana!) nonché di Forum – è la marionetta, ma lo sceneggiatore è sempre lui, il Tricheco marito della donna malefica che regna su Canale5.

Ricapitolando: televisione nelle mani di Simona Ventura su RAI2 (Isola dei famosi + Quelli che il calcio + X-Factor); Canale5 nelle mani della Premiata Ditta Costanzo-De Filippi (con Maurizio Costanzo Show + Questa Domenica dietro le quinte, lui – Uomini e donne + Amici + C’è posta per te, lei).

La mente malata di Costanzo è dimostrata, poi, dalla sua celebre idea: quella di realizzare un film sul Nulla. E qui non stiamo parlando ovviamente della Storia infinita, bensì di Troppo belli, film con Costantino Vitagliano e Daniele Interrante, fratellastri di Marco Carta poiché anch’essi generati da un parto televisivo della De Filippi.

 

Terza defilippica. Arriviamo alla fine del viaggio. L’ultima tappa prevede l’incontro con una trasmissione non più in onda – fortunatamente – in questo periodo: C’è posta per te. È un incrocio tra Stran’amore, Carramba che sorpresa e tutte quelle trasmissioni salottiere o truccate che oggi vanno di moda. Una puntata di C’è posta per te è facile da riconoscere: o ridono o piangono.

Il riso suscita comicità: il popolo vuole ridere, vuole svagarsi, vuole sganasciarsi dalle risate e stropicciare i cuscini nuovi del divano da poco comprato; riempirlo di lacrime di ilarità. Questo vuole il popolo. E lo può fare vedendo Totti che incontra una donna obesa, oppure Greggio e Iacchetti vestiti da donne oppure vedendo altre terribili scenette definibili incrocio tra comico e patetico. Patetico, dunque. Appunto, patetico. Perché anche di questo ha bisogno il popolo. La catarsi, lo scioglimento. Il popolo vuole ridere, ma anche piangere. È per questo che esistono le commedie e le tragedie, sin dall’antichità, benché le prime fossero considerate inferiori, qualitativamente, alle seconde – eppure Aristotele, forse, ne aveva parlato nel secondo libro della Poetica, divorato (letteralmente) da Jorge da Burgos.

Patetico vuol dire pianto: lo fanno tutti, ormai. Nei reality (Grande Fratello, Isola, Fattoria e simili) e in genere in ogni talk show televisivo. C’è posta per te non è propriamente un talk show, poiché non si discute civilmente, ma si fa solo spettacolo. L’obiettivo è spiattellare i fattacci degli altri in prima pagina; anzi, in prima serata. Il che ad alcuni può piacere – per carità – ma questi “alcuni” (che in realtà sono milioni di italiani – sì, proprio così) sono pettegoli. Curiosità. Già, ma chi se ne frega, in fondo?

Domanda legittima, questa. Risposta: il punto non è “chi se ne frega”; il punto non è vedere cosa si dicono e perché piangono o perché Greggio e Iacchetti si vestiranno da donna o se Totti si presterà ai sogni reconditi di una donna obesa. No, il punto è che quella donna è lì e vuole essere vista. E la gente la guarda perché ha il cervello drogato di tele-dipendenza. Una dipendenza che ha radici in Beautiful. Come smettere di guardare Beautiful? Ignorandolo? Impossibile. È impossibile perché un’occhiatina la diamo tutti. In fondo tutti – dentro di noi – siamo curiosi di sapere COME VA A FINIRE.

Ma proprio qui sta la trappola. In un romanzo, in un film, in un telefilm, in uno show televisivo, in uno sceneggiato televisivo, in una partita di calcio, c’è la fine.

Non in Beautiful.

La logica è la stessa.

Uomini e donne, Amici e C’è posta per te avranno una fine come l’avrà Beautiful, cioè con la morte di tutti gli attori del cast. Poiché è improbabile che muoiano tutti insieme (salvo che un meteorite cada sulla terra e ci uccida tutti – e consentitemi di grattarmi, eh, eh!), Beautiful non avrà mai una fine. E di quelle tre trasmissioni è necessaria la morte della conduttrice (non le vogliamo male, ma non le auguriamo nemmeno tutto il bene di questo mondo) oppure il suo pensionamento. Eppure, rifletteteci, poeti – Mike Bongiorno ha tirato fino a quasi ottant’anni, ed era ancora arzillo quando ci deliziava con i suoi “Allegria!”.

Fate un po’ il calcolo. La De Filippi si aggira attorno ai cinquant’anni? Più o meno sì. Dunque… vediamo… ci aspettano ancora… esattamente… TRENT’ANNI DI DE FILIPPI!

Sissignori: 30 anni.

Una tragedia, perché se la generazione anni ’90 è così Mediocre, figuriamoci quella del 2000 o degli anni ’10! E ancora ci sarà Beautiful; e ancora Uomini e donne, Amici – un Marco Carta ormai adulto, che magari condurrà Sanremo o Festivalbar o farà una parte in Cento Vetrine o chissà in quale altra boiata – e ancora C’è posta per te; e ancora lei, Maria De Filippi.

 

Si condanni questa donna.

La si giudichi per quello che è, per quello che la gente vede grazie a lei; per quello che le sue trasmissioni rappresentano; per come ha drogato i cervelli di milioni di adolescenti, che rinuncerebbero ad uscire pur di non perdere la finale di Amici!

La si condanni.

Lei e suo marito.

Quello che chiedo è:

-          estradizione per almeno cinquant’anni (entrambi);

-          il divieto assoluto di comparire in trasmissioni televisive;

-          il divieto assoluto di far sentire anche solo la propria voce;

-          il divieto assoluto di partecipare democraticamente alla vita politica italiana;

-          il divieto assoluto di importare in Italia altri modelli televisivi americani;

-          il divieto di far vincere Sanremo ai Marco Carta del futuro, poiché, ahimè, ancora oggi essi sono in fasce e ancora, purtroppo, ne nasceranno.

 

Condanna per loro.

Condanna per la De Filippi.

Condanna per le sue trasmissioni.

Condanna per la Mediocrità televisiva.

 

mercoledì, 22 aprile 2009

Poeti del Neodecadentismo, vi segnalo la scheda del mio romanzo, il Diario di James Utopia, che conoscete già se avete frequentato con diligenza questo blog.

Ho dovuto abbassare il prezzo di copertina (prima era di 10 euro) a 6,50.

Non guadagno tantissimo. Anzi, a dire il vero su 10 euro percepivo 3 euro. Su 6,50 pochissimo. Insomma, non mi interessa guadagnare, ma solo farmi conoscere. Se così non fosse, dovrei anche io chiamarmi Moccia (per gli amici "Il Commerciante").

Non trovate il libro in libreria, naturalmente - e purtroppo. L'ho pubblicato attraverso il sito ilmiolibro.it, iniziativa del gruppo L'Espresso-Repubblica.

Prossimamente pubblicherò qualcos'altro. Per ora sto finendo di correggere il mio secondo romanzo, Realtà e Fantasia (romanzo adolescenziale, scritto a 16 anni, di cui qui non ho messo alcun capitolo).

Se qualcuno di voi dovesse comprarlo, gliene sarei grato.

Che la Forza sia con voi.


Palestrione - 20:40 - Permalink - commenti (5) - commenti (5) (popup)

Categoria: annunci, pubblicazioni, diario di james utopia

Add your blog:
lunedì, 13 aprile 2009

Poeti del Neodecadentismo, torno a polemizzare, come vuole la tradizione. E ritorno a farlo parlando di uno dei miei argomenti prediletti, la letteratura – nella fattispecie parlerò di poesia contemporanea.

L’idea mi è giunta durante le numerose lezioni del mio Mentore (alias il mio professore di Letteratura Contemporanea della Magistrale, nonché mio ex relatore), il quale ha inserito nel nostro programma d’esame un’interessante antologia di poeti contemporanei. E si tratta di poeti ignoti, sconosciuti a molti – io stesso non li conoscevo, naturalmente.

Bisogna premettere che oggi il mercato editoriale è basato prettamente sulla narrativa (sia essa di consumo o di qualità non ha importanza), mentre la poesia, specialmente quella contemporanea, è relegata agli scaffali meno in vista della maggior parte delle librerie. Già, perché quando parliamo di poesia pensiamo a Dante, a Pascoli, a Leopardi, a Carducci, a Montale (che eppure io considero un poeta molto sopravvalutato), a Ungaretti eccetera. Insomma, ai cosiddetti poeti “classici” – quelli che si studiano durante gli anni scolastici. Ma di questi poeti contemporanei chi sa nulla? Davvero si pubblicano ancora poesie? E chi le compra? E quali case editrici si occupano della pubblicazione di poesie di autori minori, conosciuti solo dai critici e dagli studiosi di Letteratura – cioè dai professori universitari?

La risposta è: nessuno, perché nessuno – o pochi, ad ogni modo – leggerebbe un libro di poesie. A meno che non si tratti di poeti piuttosto noti, come ad esempio Neruda o altri che in questo momento non mi sovvengono.

Devo fare un’ulteriore premessa: ogni mio commento sarà intenzionato a distruggere ogni qualsivoglia intento poetico di costoro (dei poeti che analizzerò, cioè), deridendoli e sbeffeggiandoli per la mancanza di “classicità” nei loro versi. Io ho una concezione della poesia un po’ antiquata; oltretutto odio le Avanguardie (vi ricordate il mio post polemico contro il Futurismo?), benché il Maestro abbia fatto parte negli anni ’60 del Gruppo ’63, un movimento di Avanguardia. Pertanto il mio commento – è strano che lo ammetta, ma è così – sarà dettato da una pressoché incontrollabile repulsione verso questo tipo di poesia. Ma al contempo, essendo da me reputati Mediocri, non posso ignorarli.

Veniamo a noi.

Il primo autore che intendo sottoporre alla mia analisi è Nanni Balestrini, che faceva parte del Gruppo ’63, e che di conseguenza è un amico del Maestro. Tra l’altro il Maestro non ha mai scritto poesie. Anzi, a dire il vero l’ha fatto, ma rimate e in endecasillabi. Il Maestro è sempre il Maestro e non ha mai scritto nulla che possa essere definito Mediocre.

Leggiamo questa “meravigliosa” poesia di Nanni Balestrini. Riporto il testo così come lo trovo nell’antologia, con gli spazi, cioè.

Il titolo è E3.

 

senza far nomi, si nutrono soprattutto, non nominando i fatti

(mentre                 i problemi si risolvono

era sceso per asciugare                           l’occhio rarefatto

la macchina)         non già fornendo nuovi dati

                               razzi, frange              sul muro strisce albe

e notti variano per pochi segni crepuscolare!

                                                                  o il telefono tace,

 

È probabile che il maestro di Balestrini fosse Filippo Tommaso Marinetti. Intanto il significato di questi versi è inesistente. Il soggetto non esiste. Quel “si nutrono” a che cosa è riferito? E poi la poesia può essere letta in più modi: da sinistra verso destra, tradizionalmente, oppure in verticale, e dunque leggeremmo: “mentre era sceso per asciugare la macchina”, cioè le parole messe tra parentesi.

La peculiarità delle avanguardie novecentesche è stravolgere le regole, la sintassi, ogni forma tradizionale di costrutto linguistico. Il risultato è questo. Chiunque potrebbe versificare in questo modo. Chiunque. Basterebbe prendere delle parole senza legame tra di loro, scriverle e lasciare qualche spazio, ed ecco la “poesia”.

Non la qualifico neanche.

Procediamo.

Sempre Nanni Balestrini ci delizia con un’altra “perla” delle sue, ancora più perla di E3.

Il titolo di questa seconda poesia è XIX. La signorina Richmond registra differenti posizioni sul tema della. Già il titolo la dice lunga.

Leggiamola.

 

certo disse che insomma

certo disse ma che sì

certo disse ma che insomma

sì certo disse che ma

 

insomma certo disse che

ma insomma che la

certo disse ma che la

sì insomma ma disse

 

che la violenza sì ma che

disse certo insomma disse

sì ma che la violenza

la certo ma che disse

 

Ehm… mi fermo qui perché – credetemi – va avanti in questi termini e non ne vale proprio la pena proseguire con cotanta oscenità. Questa poesia è ancora meno sensata di quella precedente. Non esiste il soggetto. Non esiste nulla. Nei primi quattro versi, troviamo cinque parole: “certo”, “disse”, “che”, “insomma”, “ma”, “sì”, invertite alla rinfusa, senza dunque logicità. E va avanti così, con questa poesia che tutto può essere tranne che una poesia.

Il titolo suggerisce le intenzioni del poeta: voler riprodurre la dialettica della “signorina Richmond” che si esprime su qualcosa di indefinito – come il tema del titolo stesso. Probabilmente la violenza. Ma alla fine, ciò che forse voleva dire Balestrini è che la signorina Richmond è un’incapace, che non sa parlare e che in realtà non ha alcuna idea sulla violenza.

Mi astengo da qualunque commento. È inutile. Ho una concezione molto diversa della poesia, l’ho già detto. Vale lo stesso discorso fatto per E3: chiunque potrebbe scrivere una poesia così, anche l’ultimo della classe, anche i mocciosi mocciani adepti del Commerciante. Alla loro maniera, ma lo potrebbero fare. Non prendetemi per blasfemo: io dico quello che penso. Questa poesia non mi dà di niente.

Ma andiamo avanti, perché c’è ancora molto da leggere.

Leggiamo questa “stupenda” poesia di Patrizia Cavalli, intitolata Qualcuno mi ha detto.

 

Qualcuno mi ha detto

Che certo le mie poesie

Non cambieranno il mondo.

 

Io rispondo che certo sì

Le mie poesie

Non cambieranno il mondo.

 

Ah, ah, ah! Ma sentitela! Pensate che questa poesia la stavo leggendo in treno – avevo appena comprato l’antologia e la stavo consultando – e quando l’ho finita di leggere mi sono messo quasi a ridere da solo, perché è troppo ridicola!

Non contesto tanto la brevità della poesia in sé, ma il significato intrinseco della stessa. È come dire: “Mi hanno detto che anche se oggi non andrò a fare la spesa non scatenerò una guerra e io ho risposto che sì, anche se non andrò a fare la spesa non scatenerò una guerra”. Visto? Questa la chiamate poesia, voi?

Andiamo avanti. Il prossimo “poeta” che sottoporrò alla vostra attenzione è un certo Franco Capasso, di cui il mio Mentore ha parlato proprio oggi [6 aprile 2009] (la data tra parentesi è necessaria: la frase è deittica) durante la sua lezione.

Il titolo di questa poesia è Apparizioni.

 

Apparizioni

                   Agnello sacrificato del mio seme:

       sole bruciato uccello del mio morire

                   mie vene dilatate mia anima

                         mio io inverecondo

                                 titillato

                                     ammalato:

mio fallico amore estratto mio guazzo:

                                          mia febbre;

                   «mio essere ameba al tuo respiro»

                                                            risalendo

                               misura del mio vivere

                                                            morendo

 

Se questa la chiamate poesia, io sono il Presidente degli Stati Uniti d’America. Al di là del non senso (comune, come abbiamo visto, in questi “poeti”), questi versi non comunicano alcun sentimento. Non esiste l’azione. Per azione intendo: soggetto, verbo, oggetto. In maniera classica, insomma. Questi per me non sono versi. E questi poeti li considero Mediocri come i Futuristi. Chiamatela poesia, TS!

Scioglimi i nodi, sempre di Franco Capasso, è ancora più insolita e senza senso:

 

Scioglimi                           i           nodi

                                        Mio              forcipe

                                              Mie          carie

                                                             Dilatati

                               Mio           specchio

                                                              «sole»

                                 Diamantifero                         FARAONE

                   Mio

                          «notturno»

                                                      Mio

                                                           Disperato

                                                                            Io

 

Penso che giammai comprereste – siate sinceri – un libro di Franco Capasso e che preferireste senza dubbio quello di altri grandi poeti del Novecento (preferisco mille volte il mio “nemico” Montale). Leggereste mai, dunque, una raccolta di Franco Capasso o di questi altri pseudo-poeti? Io non lo farei mai. Primo: non mi piacciono. Secondo: non mi elevano. Se proprio dovessi leggere poesia, leggerei Baudelaire o Leopardi o qualche altro grande poeta (non ho la presunzione o l’ipocrisia di affermare di leggere poesia: preferisco i romanzi. Sottolineo solo se proprio dovessi). Ma reputare costoro “poeti” sarebbe un insulto a chi davvero è (ed è stato) in grado di comporre versi, perché queste sono parole alla rinfusa e senza senso affiancate l’una all’altra. Tutti noi potremmo scrivere poesie del genere. Anche io. Tutti. La differenza sostanziale è che le nostre poesie non sarebbero mai pubblicate in un’antologia di poeti contemporanei, perché noi non siamo nessuno, non abbiamo un nome.

Chiamatemi blasfemo, ma in fin dei conti queste poesie non mi piacciono. E qui ho espresso un mio personale parere, perché io ho una concezione dell’estetica ben diversa da questo.

Ad essere sincero, penso che le poesie che trovate sui blog siano superiori. Non lo dico scherzando: lo penso sul serio.

Adesso, prima di concludere, vi delizierò con le assurdità che ho letto nella scheda di Franco Capasso, che precede le sue poesie. Questo passo, in particolare, mi è sembrato molto interessante:

 

Capasso vuole ritornare all’utero materno del linguaggio dopo aver sacrificato tutto al Dio della poesia. Nel suo nuovo modo di procedere c’è un auscultarsi melodioso, narcisistico, un amore per se stesso che produce i versi, sublimi e quasi inudibili ai comuni mortali, che danno a questo far poesia un tocco assolutamente aristocratico; Capasso sente il bisogno, nel naufragio della propria vita […] di portare in salvo qualcosa: questo qualcosa è il linguaggio, forzato ad una significazione lirica sublime ed eletta[1].

 

Avete capito? I versi di Capasso sono «quasi inudibili ai comuni mortali», quindi è come se stessimo parlando di un dio, di una poesia trascendentale – ma che dico trascendentale… divina! Altro che Divina Commedia, TS! I versi di FRANCO CAPASSO sono sublimi! Dante è un Mediocre, invece – o no? Scusatemi per le bestemmie, ma questa nota andrebbe interpretata, secondo me, in questo modo. È la dimostrazione pratica di come i critici abbiano i paraocchi e neghino l’evidenza, cioè che i loro “idoli” sono dei Mediocri e che loro li proteggono come un avvocato proteggerebbe un qualunque criminale. Esatto: Mediocri protetti. E ce ne sono tanti, ve l’assicuro – tra l’altro ho avuto modo di dirlo già nel mio saggio polemico Letteratura in ascensore, che ha suscitato l’iracondia di qualcuno per la mia (lo ammetto) presunzione. Ciò non toglie che lì era sbagliato non cosa dicevo ma come lo dicevo. Sempre dal mio punto di vista, ovviamente. Avevo la presunzione di essere obiettivo, il che non è possibile, perché come mi ha insegnato il mio Mentore – facendomi studiare i saggi sulla critica di «incroci» (la rivista semestrale da lui stesso diretta) – il critico non può prescindere dal proprio gusto estetico personale, perciò giammai sarà obiettivo.

E con questo è tutto.

Ci sono altri bollenti argomenti di cui dovrei (s)parlare, ma lo farò prossimamente, perché già farvi leggere queste obbrobriose, a mio avviso, poesie penso che sia stato un tedio che difficilmente potreste sopportare ancora più a lungo.

 

 

 

Bibliografia:

F. De Nicola, G. Manacorda (a cura di), Tre generazioni di poeti italiani. Una antologia del secondo Novecento, Caramanica, Marina di Minturno 2005.

 

Nanni Balestrini.

E3 è tratta da Il sasso appeso (1961); XIX. La signorina Richmond eccetera è tratta da La signorina Richmond se ne va (1999).

 

Patrizia Cavalli

La poesia Qualcuno mi ha detto è tratta dalla raccolta intitolata Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974) [ma va?]

 

Franco Capasso

Apparizioni è tratta da Punto barometrico (1976); Scioglimi i nodi da Germinario (1979).

 

 -----

Buona Pasqua a tutti.



[1] F. De Nicola, G. Manacorda (a cura di), Tre generazioni di poeti italiani. Una antologia del secondo Novecento, Caramanica, Marina di Minturno 2005, p. 80. Il corsivo è mio.

 


Palestrione - 00:50 - Permalink - commenti (4) - commenti (4) (popup)

Categoria: poesia, riflessioni, polemiche, letteratura italiana, attualità, mediocrità, anni 2000, il maestro, retta via verso limpopperno

Add your blog:
lunedì, 06 aprile 2009

Può sembrare strano un titolo del genere. Eppure ho riflettuto, e parecchio, anche. È strano, ma ho riflettuto sulla Mediocrità – non che questa sia una novità, in effetti – e su come essa abbia caratterizzato gli ultimi due anni della mia vita, ossia da quando ho creato il Manifesto del Neodecadentismo e fondato il movimento.

Perché esaltare la Mediocrità, ciò che combatto, ciò che denigro, ciò che odio?

Parto da una considerazione molto semplice: senza i Mediocri, io stesso sarei un Mediocre. Una bestemmia? No, non lo è. Sarei un Mediocre rispetto al Maestro; lo sarei rispetto ai miei professori, a chi ha più anni di me. Eppure per me “Mediocre” vuol dire “analfabeta”, “ignorante”, ma può anche significare “scarso”, “piatto”, “colui che non si distingue” – e che sta dunque nel medio, nella mediocrità.

Immaginiamo un mondo senza Mediocri. Come sarebbe? Orribile! – eppure è ciò che da sempre auspico, ciò a cui inneggio.

Penso a come sarebbe un mondo senza i romanzetti schifosi del Commerciante: sarei un disoccupato! Non potrei più ridere di quel deficiente, prendere in giro quegli imbecilli dei suoi adepti, le mocciose adolescenti che scrivono che il Commerciante è un grande, che 3msc e Hvdt sono “belliximi”. Soffrirei perché non avrei più nulla da fare.

E penso a un mondo senza i Dari. Orrore! Già, perché i Dari sono sì molto ma molto scarsi – ovvero Mediocri – ma nella loro Mediocrità mi fanno crepare dal ridere; direi che mi fanno quasi pena, benché il primo istinto sarebbe prenderli a bastonate e spaccare nelle loro teste strumenti e microfono in modo tale da liberare l’Italia da una tale piaga. Penso a un mondo senza Finocchio Hotel e senza le varie Miss Kaulitz e senza i vari “Bill 6 ttt la my vita” e così via. E penso a un mondo senza deficienti ignoranti analfabeti che mettono i puntini sulle “I” maiuscole che mi fanno imbestialire. Chi più deridere? Chi più bersagliare?

E pensate a un mondo senza Grande Fratello. I nuovi mostri potrebbe anche chiudere: non ci sarebbe più ragione di fare quella superclassifica.

Da tutto ciò deduco che i Mediocri sono necessari perché altrimenti non avrei mai creato il Neodecadentismo. Ma dall’altro lato penso anche che i Mediocri servono per il metro di paragone. Come potrei infatti sostenere che il Maestro è il migliore, il più grande, se non ci fossero le merdacce da calpestare come Moccia? È un paragone eccessivo, lo so. Ho preso in considerazione il meglio del meglio e il peggio del peggio.

Poi penso a un mondo senza Beautiful. Chi mi farebbe ridere? Chi mi farebbe crepare dal ridere, vedendo una madre e una figlia che hanno appena dieci anni di differenza oppure una Los Angeles con UN ospedale, UNA rivista, UN bar (l’Insomnia)? O un mondo senza Dawson’s Creek, senza le smorfie di Josephine Potter o i dilemmi esistenziali di Dawsone l’imbecillone o le boiate di Jennina la biondina?

È per questo che esiste la Mediocrità. Esiste perché in tutto deve esserci un livello alto, un livello medio e un livello basso. Si tratti di telefilm, letteratura, arte, cinema, musica, poco importa.

Ma il punto è che senza Mediocrità io smetterei di combattere, non sarei più un Cavaliere Jedi. Potrei ritirarmi e dedicarmi interamente all’ascetismo, a questo punto – lo si dice ma non lo si fa mai, fortunatamente. Senza i Mediocri non avrei interesse a scoprire, trovare, cercare.

Un altro aspetto: io stesso ero un Mediocre! Già, proprio un Mediocre. Un Mediocre adolescente, autore di quel diario che ho pubblicato a puntate e che sprigiona Mediocrità da tutti i pori. Un diario pieno di boiate, pieno di sogni infranti. Pieno di illusioni.

In tutti noi vive un animo Mediocre, ma prima o poi tutti noi riusciamo a sopprimerlo, come ce l’ho fatta io. Tutti noi, quando veniamo al mondo, siamo dei Mediocri, perché siamo anonimi. Uscire dalla Mediocrità Genetica non può che essere un nostro merito. Io credo di esserne uscito, non perché abbia fatto nulla di particolarmente importante, ma perché non credo di essere un analfabeta. Questo per me è il Mediocre.

È un po’ come se non ci fossero più i criminali. La polizia potrebbe restare in vacanza perenne; i carabinieri anche, e pure la Guardia di Finanza. Se non esistessero le malattie, anche i dottori chiuderebbero il loro studio. E se fossimo immortali, i becchini sarebbero disoccupati. È lo stesso.

Dunque da un certo lato dovrò gridare al mondo che la Mediocrità è un bene, perché è proprio attraverso la percezione del Mediocre che posso godere del Bello, della Qualità. È attraverso l’osceno linguaggio SMS e i puntini sulle “I” maiuscole e gli orrori ortografici degli ignoranti (i due spasimanti della mia collega, ad esempio) che posso apprezzare il bello stile, la lingua letteraria – e odiare di conseguenza il dialetto nella lingua scritta.

Tra l’altro mi rendo conto che non sarebbe mai stato possibile, per me, non essere Mediocre, come ho detto prima. La mia Mediocrità, paradossalmente, mi ha aiutato a crescere.

La conclusione di tutto ciò è che non tutto è perduto, per nessuno. Anche i Mediocri possono cessare di essere Mediocri, possono crescere, migliorare, elevarsi, scalare i gradini della Qualità.

Nonostante tutto questo discorso, continua la mia guerra ai Mediocri. Quella non terminerà mai, non finché io avrò uno spazio e potrò dire la mia e potrò sottolineare lo schifo del nostro secolo e del Paese in cui viviamo. Ho già parlato male dell’Italia, in passato, e l’ho definita un Paese del Terzo Mondo. Non rimangio ciò che ho detto: ne sono ancora convinto. L’Italia è un Paese Mediocre perché il mio riferimento è l’America. È un Paese Mediocre rispetto all’America, ma senza arrivare all’America, mi basterebbe prendere un qualsiasi paese dell’Europa Occidentale: si vive meglio che in Italia, lo immagino benissimo.

Questa è solo una parentesi, perché è raro che mi lasci andare a questi discorsi un po’ troppo contorti e che vorrebbero essere filosofici. Dico “vorrebbero” perché non ho la presunzione di fare filosofia, giacché non l’ho mai studiata. Ma questa era solo una riflessione, che ogni tanto ci vuole, anche per dare una tregua ai nostri tanto amati – e odiati, soprattutto – nemici-amici Mediocri.

 

 

 

 


Palestrione - 17:55 - Permalink - commenti (1) - commenti (1) (popup)

Categoria: boiate, sfoghi, deliri, stronzate, attualità, mediocrità, apologia della mediocrità

Add your blog: